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In difesa dei margini: ecco le azioni che sanno proteggere la redditività da inflazione, costi e consumi in frenata

di Lucio Sironi
02 giugno 2023, 21:00 Ultimo aggiornamento: 05 giugno 2023, 10:09

Piazza Affari
Piazza Affari

La capacità di difesa dei margini delle società quotate a Piazza Affari è il grande interrogativo che si pongono gli investitori che guardano all’azionario domestico e che negli ultimi anni hanno affrontato alta volatilità e situazioni alterne (indice Ftse Mib +12,5% nel 2023 dopo il -13% del 2022 e il +23% nel 2021).

Ogni stagione ha le sue specificità e se nel 2022 la fatica è stata quella di fronteggiare il clima bellico e le varie emergenze che ha sollevato, più il balzo dell’inflazione innescato in particolare dall’aumento dei costi dell’energia e delle materie prime, quindi l’abbandono dei tassi zero e il loro progressivo ma anche molto significativo rialzo, ecco che nel 2023 la problematica è riuscire a gestire l’attenuarsi di tutti questi fenomeni, in uno scenario che sullo sfondo vede la minaccia di un calo dei consumi generalizzato. In queste condizioni è possibile pensare che i margini societari riescano a mantenere i livelli precedenti?

È questa infatti la condizione necessaria perché le azioni restino sufficientemente remunerative e attraenti per investitori che nel frattempo si trovano al cospetto di titoli di Stato mai stati così generosi in termini di redditività offerta tramite cedole.

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La lotta per mantenere i margini

«L’anno scorso l’impegno delle società è stato quello di trasferire i costi a valle, ossia al cliente, senza perdere sul fronte dell’ebitda», spiega Domenico Ghilotti, co-responsabile dell’ufficio studi di Equita sim. «Conservare il risultato operativo in presenza di una crescita dei volumi d’affari ha significato spesso per le società diluire la propria marginalità, ma si è trattato di trovare un punto di compromesso di fronte a una situazione di stress eccezionale: preservare la redditività è stato di per sé un ottimo risultato, considerando che si doveva nel contempo negoziare con i clienti perché accettassero importanti e numerose revisioni dei listini».

È il caso in particolare di società industriali come Brembo, Stellantis, Ariston, o energivore come i cementieri o Zignago Vetro, che hanno lavorato per proteggere il loro ebitda dall’effetto cost inflation, aumentando i prezzi. In qualche caso addirittura è stata migliorata la marginalità, intesa come rapporto tra ebitda e ricavi, come nel caso di Cnh industries e di Prysmian, ma questo è stato possibile grazie a una domanda che l’anno scorso per varie ragioni si è rivelata sostenuta. Mentre quest’anno è possibile che si debba fare i conti con un calo dei consumi per le troppe incognite in circolazione che possono ridurre la propensione a spese e nuovi investimenti.

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I titoli del consumer good

Un altro aspetto particolare del 2022 è stato il momento di difficoltà di molti titoli di società legate ai consumer good, che dopo aver vissuto momenti euforici durante il lockdown da Covid, l’anno scorso hanno segnato il passo con l’affievolirsi della domanda. Un titolo per esemplificare è De’ Longhi, i cui elettrodomestici sono stati particolarmente richiesti nel 2020 e ‘21, oppure Unieuro che ha accusato l’inevitabile frenata della richiesta di pc, col valore dei titoli passato da 30 a 10 euro.

«Un rialzo da costi sui generis», dice ancora Ghilotti, «è quello che hanno dovuto affrontare le società impegnate sul fronte dell’information technology e del digitale (molte di queste si sono affacciate negli ultimi anni sull’Egm, ndr): si tratta del costo del lavoro, dal momento che il bene primario nel loro caso è quello delle competenze. La carenza di tecnici si è scontrata con una forte domanda, per cui la spesa per il personale qualificato ha inciso di più, ma anche in questo caso si tratta di un maggior peso che le aziende hanno potuto agevolmente trasferire sul costo del servizio, consegnando utili in crescita». Una tendenza, quella del settore tech e digital, che si preannuncia di lunga durata, sia pure tra alti e bassi.

Il peso dell’energia

Ha dell’eccezionale l’incidenza che ha avuto la voce energia nel determinare il rialzo dei prezzi. Affrontare le conseguenze della guerra russo-ucraina ha richiesto spesso aumenti notevoli dei prezzi per adeguarli alla bolletta elettrica, ma ora che la situazione è rientrata, con petrolio e soprattutto gas e quindi elettricità che costano decisamente meno, le aziende sono ben disposte a fare un passo indietro, ossia a ridimensionare i prezzi in funzione di quanto la bolletta energetica si è alleggerita. «Questo vale per le varie utility in primo luogo», spiega l’esperto di Equita, «che si sono trovate a dover trasferire gran parte del rincaro delle materie prime sulle spalle degli utenti, ma anche nell’industria si assiste a una restituzione di questi sovrapprezzi legati all’energia, come segnalato da un’azienda di qualità come Interpump, attiva in numerosi settori industriali». Aziende, anche queste, soggette ovviamente all’aleatorietà della domanda e quindi all’andamento economico generale.

I titoli petroliferi

Diverso il caso dei petroliferi, finiti bersagliati dai governi che hanno fatto ricorso alle tassazioni straordinarie sui cosiddetti extraprofitti, realizzati grazie all’esplosione dei margini di raffinazione. Dopo che la politica ha presentato loro il conto costringendole a rinunciare a una fetta consistente dei loro profitti, ora aziende come Saras, ma anche Eni che ha molte delle sue attività in questo settore, secondo vari analisti rischiano di tornare al punto di partenza con marginalità, quando ci sono, destinate a rientrare nella norma. Altri invece sono più possibilisti e ritengono che i loro margini possano rivelarsi più strutturali, quindi più stabili. Ad ogni buon conto i raffinatori stanno approfittando del momento favorevole e degli utili inattesi per spingere sulla strada della conversione alle fonti energetiche green.

Quanto ai prodotti alimentari, «l’aumento prezzi si giustifica con l’impennata delle materie prime», osserva Ghilotti. «La spinta inflattiva ha portato a un calo dei consumi e la protezione dall’aumento dei costi per queste società spesso non ha potuto che essere parziale. In questo caso incide anche un lasso temporale che può essere anche di alcuni mesi tra una variazione dei prezzi delle materie prime e l’adeguamento sui prodotti finiti. Si potrebbe quindi assistere a una riduzione dei prezzi nella seconda parte dell’anno, e a quel punto il livello dei consumi potrebbe beneficiarne». (riproduzione riservata)



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