È un viaggio nelle terre estreme quello a Ísafjörður. Arrivarci con la nave da crociera (noi siamo a bordo della MSC Magnifica, condotta dall’eccellente Comandante Pietro Maresca) è piacevole e agevole. Molto diverso sarebbe affrontare il viaggio in macchina anche se, la costruzione di un tunnel lungo 9 Km nel 1996, ha reso molto più semplice l’accesso a questo enorme fiordo che prima si raggiungeva solo scavallando le montagne, attraverso strade tutt’altro che facili. Volendo si può arrivare anche in aereo, visto che questa cittadina di 2.700 abitanti dispone anche di un minuscolo aeroporto. Ma osservando la conformazione del luogo, si capisce che l’atterraggio qui è piuttosto impegnativo: i piloti imboccano il fiordo quasi sfiorando le montagne e, arrivati al suo fondo, fanno una veloce inversione a U per imboccare l’unica pista. Decisamente meglio dunque arrivare via mare, sbarcando con i tender, perché questo è solo un porticciolo di pescatori. Al nostro arrivo il tempo non promette bene. Una fitta foschia copre la cima delle montagne che coronano l’Ísafjarðardjúp (il fiordo di Ísafjörður, la capitale di questa regione detta dei Fiordi Occidentali). Ma fiduciosi nel detto islandese che se non ti piace il tempo basta aspettare un po’ per vederlo cambiare, ci incamminiamo vestiti ‘a strati’ (in questo momento ci sono 3-4 gradi) verso la nostra escursione della quale sarà protagonista assoluta la celebre cascata di Dynjandi. Impossibile non notarla già da lontano. È enorme e ha la forma di un velo che si adagia lungo una parete di roccia, facendo una serie di salti che danno vita a spettacolari cascate secondarie fino a gettarsi nell’insenatura di Dynjandisvogur.
Tutto intorno i versi striduli delle sterne artiche, uccelli bianchi dall’aria (e non solo quella) molto aggressiva. Guai a uscire dai sentieri tracciati. Si rischia di calpestare un nido e di finire attaccati come in film di Hitchcock da queste bestie dai becchi micidiali. Guai a sfidarle dunque. Sono animali di carattere che, finita l’estate islandese, vanno a svernare in Antartide, rincorrendo l’estate da un’estremità all’altra del mondo. Cominciamo dunque la salita, ammaliati dal fragore della cascata (Dynjandi significa appunto la ‘fragorosa’) e raggiunti da milioni di goccioline d’acqua e vapore che bagnano gli occhiali e l’obiettivo della macchina fotografica. Più saliamo, più restiamo avviluppati dal fascino del mito che circonda questa cascata di una bellezza disarmante. Si narra che una femmina di troll, abbandonata all’altare dal suo (mancato) marito, fuggisse disperata tra i monti per la vergogna. Nella sua corsa, offesa e disperata, perse il velo nuziale, che da allora si trasformò in questa cascata. Anche la vista dall’alto è meravigliosa e riempie l’anima di pace, oltre che di bellezza. A breve questo luogo sarà trasformato in parco naturale. Speriamo non troppo tardi perché il turismo mordi e fuggi, sempre più corposo, rischia di distruggere il suo delicato habitat.
Riprendiamo la strada, passando accanto a Þingeyri, uno dei più antichi insediamenti dei Fiordi Occidentali (Þing significa ‘assemblea’), citato anche nella saga islandese medievale, Gísla Saga. Dopo poco arriviamo all’Arnarfjörður, un altro braccio di mare inciso tra le montagne, che deve il nome al suo primo colono Örn (l’aquila), stabilitosi qui per appena un inverno. Questo fiordo è famoso per aver dato i natali a Jón Sigurðsson, l’eroe nazionale, che avviò il processo di indipendenza dalla Danimarca, completato solo nel 1944. Ancora oggi l’Independence day islandese si celebra il 17 giugno, in ricordo del suo compleanno. Quel giorno ad Hrafnseyri si fa una gran festa e nella chiesa si tiene una cerimonia speciale, con tutte le autorità islandesi riunite qui per commemorare Sigurðsson. In Islanda ci sono anche degli archi speciali, costruiti con le mandibole di balena. Se volete vederne uno, potete recarvi presso uno speciale orto botanico, un minuscolo parco sul fianco di una montagna a Skruður. Artefice di questa meraviglia di fiori coloratissimi, alberi e piante commestibili (pare che le prime patate di tutti i fiordi occidentali siano state coltivate qui all’inizio del ‘900) fu il reverendo Sigtryggur Gudlaugsson, direttore della scuola locale e appassionato di botanica, che inserì nel curriculum scolastico dei ragazzi anche elementi di agraria. Un altro personaggio da romanzo, figlio di questa terra incredibile.
Ci rimettiamo in strada diretti a Flateyri, un villaggio di pescatori fondato a fine ‘700 come centro per la caccia alla balena e allo squalo e attualmente sede di uno stabilimento per la lavorazione del pesce tra i più grandi d’Islanda. Lungo la strada, costeggiamo una spiaggia di sabbia bianca finissima, una rarità in Islanda, dove la sabbia è in genere nera, vulcanica. È un posto amato dagli abitanti del luogo che vengono qui a fare festa e barbecue o, come la scorsa settimana, a gareggiare in un festival di castelli di sabbia. Arriviamo dunque a Flateyri, una cittadina minuscola e tranquilla, resa purtroppo celebre dai disastri prodotti da due recenti valanghe che hanno distrutto alcune abitazioni e affondato alcune barche di pescatori in rada nel porticciolo. La città ospita alcuni edifici storici colorati di fine ‘700, una rarità da queste parti visto che il clima estremo distrugge il legno. Uno di questi ospita il ‘più antico edificio commerciale islandese’, una libreria gestita ininterrottamente dalla stessa famiglia per quattro generazioni, resa famosa di recente da un post del blogger e medievista islandese Roberto Pagani (Un italiano in Islanda). Lo racconto al proprietario della libreria che, tutto fiero, si mette in posa per una foto. Potere dei social!