A novembre inizierà la preparazione dell'euro digitale, che impegnerà un lavoro complesso di due anni per arrivare alla decisione finale sull'emissione di questa particolare forma dell'euro. Si tratterà, se si deciderà per la messa in circolazione, di un evento che, sia pure di diversa portata, richiama per l'Italia l'introduzione, nel 1926, dell'unificazione monetaria con un unico istituto di emissione, la Banca d'Italia, e l'operatività di quest'ultima anche con i privati, via via superata però a partire dalla legge bancaria del 1936. Più da vicino, richiama la fase di preparazione alla moneta unica, in un primo periodo in forma scritturale.
Alla base dell'euro digitale sta l'esigenza di rafforzare la sovranità monetaria dell'Europa, mentre altri Paesi, in particolare la Cina, hanno già introdotto questa nuova modalità di emissione delle rispettive monete e si estende il ricorso alle criptovalute (meglio definibili come cripto-asset). Concorre la valorizzazione a livello europeo dell'autonomia strategica nonché del sostegno della concorrenza, dell'innovazione, della digitalizzazione. Con l'euro digitale si accresce la resilienza del sistema dei pagamenti.
Ma quello per la piena attuazione non sarà un percorso facile, non solo per la definizione di funzionamento, infrastrutture e piattaforma, ma soprattutto per l’elaborazione della normativa europee e per il successivo recepimento negli ordinamenti nazionali. Basti ricordare l'impegno che fu affrontato quando, in previsione della partecipazione all'Unione Economica e Monetaria sin dalla prima fase, fu necessario attuare la cosiddetta «convergenza legale», cioè la revisione delle normative nazionali in materia per renderle coerenti con l'Unione e con circolazione dell'euro.
In quel torno di tempo e nel primo comitato esecutivo della Bce membro autorevole era il compianto Tommaso Padoa-Schioppa, che fu l'artefice della formazione e dello sviluppo nonché della supervisione del sistema dei pagamenti. Di recente invece un altro, del pari autorevole, componente dell'esecutivo, Fabio Panetta, ha dato un apporto fondamentale con un ruolo propulsivo alla realizzazione dell'euro digitale.
La definizione dell'architettura giuridico-istituzionale impegnerà non poco, a cominciare dall'esame della trasferibilità a questa nuova forma di moneta dei requisiti dell'euro cartaceo, innanzitutto quale banconota a corso legale, quindi dotata di potere liberatorio e solutorio. Considerati i limiti nella disponibilità della moneta in questione - si parla di 3 mila euro a testa in conti presso le banche centrali - e le modalità tecniche con cui potrebbe essere usata dai cittadini, il concetto di potere liberatorio appare difficilmente applicabile, almeno nella fase iniziale.
Vi sono poi da affrontare i problemi della privacy e dei rapporti con il sistema bancario. L'euro digitale si aggiunge alla moneta fisica e agli altri mezzi di pagamento. Se l'operatività vede al centro le banche centrali, è naturale che le banche ordinarie pensino a una possibile loro disintermediazione e già qualcuno calcola i riflessi in termini di minori ritorni per gli istituti quando sarà emessa la nuova moneta. Occorrerà allora un bilanciamento adeguato degli opposti interessi. Tutto ciò per non parlare dell'impegno tecnologico.
È fondamentale comunque che degli stati di avanzamento della preparazione siano informati i Paesi e i rispettivi Parlamenti, mentre le banche centrali certamente, nella prospettiva della nuova operatività, dovranno curare una revisione organizzativa interna, in particolare nel versante interessato. Non sarà un problema per la Banca d'Italia, che potrà cogliere l'occasione per un miglioramento e un potenziamento delle strutture organizzative, a cominciare da quelle preposte alla comunicazione, funzione che diventa sempre più importante e che deve fondarsi sullo sviluppo di sole professionalità interne, come è sempre stato nella tradizione ultracentenaria dell’istituto. Altri settori vanno coinvolti.
Il venir meno di funzioni - a cominciare dalla Vigilanza - non comporta affatto che la Banca d'Italia possa diventare, come si disse alcuni anni fa, la filiale italiana della Bce. Intanto perché semmai essa è la «comproprietaria» italiana della Bce. Poi funzioni importanti restano ancora a livello nazionale e si tratta di ulteriormente svilupparle nell'interesse del Paese e dell'Unione.
In più, il governatorato Panetta è la garanzia che nessun cedimento vi sarà, non tanto perché il prossimo governatore difenderà Tizio o Caio, come scriteriatamente è stato scritto in un recente articolo su un confronto dialettico con l'ex presidente della Bundesbank Jens Weidmann in un dibattito di tempo fa nell'ambasciata tedesca in cui Panetta avrebbe difeso Draghi: no, in quel suo intervento egli difendeva gli interessi nazionali, dell'Eurosistema ed europei nonché sue proprie convinzioni, dalle quali in generale, come molti sanno, non è facile rimuoverlo. Ed è, questa, una precisa assicurazione di coerenza. (riproduzione riservata)