Nell’economia della zona euro non persistono le condizioni economiche per poter dichiarare conclusa la lotta all’inflazione. Non cambia registro la Banca Centrale Europea e dagli ultimi verbali della riunione del 4 maggio placa ogni entusiasmo sulla possibilità di uno stop all’aumento dei prezzi.
«I dati sull’inflazione hanno continuato a sorprendere al rialzo, sia per l’inflazione globale che per quella di fondo. Tutte le componenti dell’inflazione, ad eccezione dei prezzi dell’energia, sono risultate significativamente più alte di quanto previsto nelle proiezioni dello staff della Bce di marzo», si legge nei verbali.
«Sebbene si ritenga che le prospettive per l’inflazione complessiva nel medio termine rimangano simili a quelle delle proiezioni di marzo, gli sviluppi dell’inflazione sottostante sono diventati più preoccupanti e indicano una maggiore persistenza», proseguono le minute, secondo le quali attualmente «le prospettive di inflazione delle proiezioni di marzo sono state giudicate troppo ottimistiche, in quanto non vi erano ancora prove solide di un punto di svolta nell'inflazione di fondo, con un rischio crescente che l’inflazione si consolidi maggiormente a causa dell’aumento della crescita dei salari e che le aspettative di inflazione si disancorino».
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Dai dati elaborati dalla Bce per le decisione prese nella riunione del 3 e 4 maggio, emerge «che la crescita economica potrebbe aumentare ulteriormente nel secondo e terzo trimestre, in linea con le proiezioni di marzo». Questo «implica che l’economia dell’area riuscirà a sfuggire alla recessione e che l'uscita dalla politica monetaria accomodante è stata finora agevole».
Nel maggio scorso i membri del board sono stati concordi «sul fatto che, con l’attenuarsi della crisi energetica, i governi dovrebbero ridurre prontamente e in modo concertato le relative misure di sostegno, per evitare di far aumentare le pressioni inflazionistiche a medio termine, il che richiederebbe una risposta di politica monetaria più forte». In questo contesto, si è sostenuto che l’attuale orientamento fiscale non è in linea con la posizione ciclica dell’economia.
Ciò su cui il board non si è trovato concorde è il peso del rialzo da mettere in campo. Alcuni membri del Comitato direttivo «hanno inizialmente espresso la preferenza per un aumento di 50 punti base dei tassi, in considerazione dei rischi per le prospettive di inflazione al di sopra dell'obiettivo per almeno quattro anni, nonché del rischio elevato di un disancoraggio delle aspettative sul carovita».
Un’azione più dura sarebbe stata giustificata dalla volontà di portare i tassi in un territorio sufficientemente restrittivo da assicurare un tempestivo ritorno dell’inflazione all’obiettivo». Per i banchieri che volevano un rialzo da 50 punti, inoltre, «il rischio di un inasprimento eccessivo dei tassi è inferiore a quello di un inasprimento insufficiente. I banchieri hanno sottolineato che le turbolenze dei mercati finanziari potrebbero essere di breve durata e non dovrebbero esercitare un significativo impulso aggiuntivo all’inasprimento. Infine, secondo i membri più falchi del board la tenuta dell’economia dell’area dell’euro e la diminuzione dei rischi di recessione, insieme all’ampliamento delle pressioni sui prezzi e sui salari, hanno suggerito che è improbabile che l’inflazione sottostante deceleri in tempi sufficientemente brevi, il che ha fatto aumentare i rischi di un disancoraggio delle aspettative».
Allo stesso tempo, la maggior parte di questi membri ha dichiarato di poter accettare l’aumento del tasso proposto di 25 punti a condizione che la comunicazione della Bce trasmettesse un chiaro «pregiudizio direzionale» per sottolineare che, sulla base delle attuali prospettive, sarebbero giustificati ulteriori aumenti dei tassi di interesse al fine di riportare l'inflazione all'obiettivo ed evitare che un aumento minore dei tassi venga erroneamente interpretato. (riproduzione riservata)