Quando si pensa al business degli alcolici non può che venire subito in mente Campari. È da anni il gigante italiano del settore, che compete con i marchi europei come Diageo e Remy Cointreau e che è stato protagonista, sotto la gestione dell’ex ceo Bob Kunze-Concewits, di un’esplosiva campagna di acquisizioni.
Ora però il gruppo sta pagando lo shopping intenso fatto in passato, pressato da un lato da una flessione dei ricavi, che dal 2023 sono in frenata, e dall’indebitamento finanziario che oggi è a quota 2,2 miliardi su margini operativi lordi che stazionano poco sotto 700 milioni. Una leva da abbassare con le cessioni dei marchi meno redditizi, impostata dal nuovo ceo Simon Hunt.
E se il gruppo degli spirits deve dimagrire e alleggerirsi, più di qualcuno si è già fatto vivo per comprare e crescere a sua volta. Dopo la cessione di Cinzano per 100 milioni al gruppo Caffo, pochi giorni fa ecco in un colpo solo la vendita al gruppo Illva Saronno dei marchi amaro Averna e del mirto Zedda Piras per altri 100 milioni di controvalore. Ma la campagna di vendite non è conclusa e altri marchi usciranno dal perimetro del gruppo della famiglia Garavoglia nei prossimi mesi.
Ma chi può approfittarne in Italia e chi sono i principali player del mercato degli alcolici? Ovviamente il focus va su IIlva Saronno. Il gruppo varesino, controllato dalla famiglia Reina, è noto per il DiSaronno, ma non solo. L’azienda produce liquori come Tia Maria, The Busker, Rum@public e, ancora, un marchio antico come il Rabarbaro Zucca, la vodka Artic, fino a Isolabella e Sambuca.
Ormai il gruppo, guidato dal ceo Marco Ferrari, è un attore globale con impianti e distribuzione in molti Paesi a cominciare da Cina e Stati Uniti. Il consolidato del gruppo Illva Saronno Holding ha sfornato, nel 2024, 360 milioni di ricavi con utili per 16,9 milioni. L’anno scorso i profitti però si sono più che dimezzati dai 38 milioni di utili netti del 2023, complice maggiori costi di produzione.
Quel che colpisce di più è la grande solidità finanziaria, con un patrimonio netto consolidato che ormai vale 881 milioni e senza debiti, dato che la posizione finanziaria è positiva per oltre 110 milioni.In cassa c’erano l’anno scorso disponibilità liquide a livello di gruppo per 48 milioni. È ovvio che la forza patrimoniale potrà essere usata per un nuovo giro di acquisizioni dopo il recente shopping da Campari dell’Amaro Averna e Zedda Piras. Molto profittevole è la spa, da cui derivano quasi la metà del fatturato consolidato e con utili netti nel 2024 per 30 milioni su poco più di 150 di ricavi.
Ma c’è un altro colosso italiano che affonda le sue radici in tempi lontani e che continua a generare, anno su anno, numeri più che lusinghieri. Che ne fanno il gruppo tricolore con la migliore redditività, Parliamo dei F.lli Branca noti per il Fernet, ma non solo. Il gruppo familiare per eccellenza ha chiuso i conti consolidati del 2024 tramite la Branca International con un giro d’affari di 441 milioni di euro, in crescita del 24% sul 2023 e con un utile netto per ben 79,6 milioni.
Di fatto con una redditività netta a sfiorare il 20% dei ricavi. Efficiente la gestione industriale, dato che il margine operativo lordo di 220 milioni vale quasi il 50% del giro d’affari. Numeri da record per un gruppo che ha dovuto e sta tuttora affrontando i guai dell’Argentina. In quel paese il gruppo del Fernet sviluppa gran parte delle sue attività, dove impiega 240 dipendenti sui 360 totali. E lì il cuore dell’impero Branca è alle prese con la svalutazione del peso argentino e del clima da iper-inflazione, che hanno portato a svalutazioni in aumento nel corso dello scorso anno e probabilmente anche dell’anno in corso. Ma come si è visto, nonostante i guai del Paese sudamericano, Branca è riuscita a produrre numeri da primato tra le aziende dei liquori non solo italiane.
La crescita costante e l’alta redditività, al di là dei contingenti problemi in Argentina, sono i tratti distintivi del gruppo della famiglia Branca. I consolidati mostrano tassi di crescita notevoli nel tempo. Dal 2020 al 2024 il fatturato è andato al raddoppio, passando da 216 milioni a 441. Ma soprattutto la casa nota per il fernet e il liquore Branca Menta ha visto correre ancor di più la profittabilità: gli utili netti sono lievitati da 30 milioni a quasi 80 nello scorso anno. Una vera cash cow, che l’Area studi di Mediobanca ha inserito tra le otto aziende italiane più redditizie nel suo ultimo rapporto. Tanta redditività ha portato il gruppo a sedere su un patrimonio netto consolidato di poco più di 1 miliardo, con soli 90 milioni di debiti finanziari.
Tanta ricchezza che è servita anche a diversificare: Oltre alla F.lli Branca spa e all’omologa branch argentina, Branca è attiva anche nell’immobiliare con la Branca Real Estate sia in Italia sia in Argentina e Usa. Oltre a sedere su un tesoro finanziario di 1 miliardo di patrimonio frutto degli utili, mano a mano, finiti a riserva, dopo il pagamento dei dividendi, Branca aveva a fine 2024 cassa liquida salita a 200 milioni.
Come si vede, se vorrà la famiglia Branca potrà partecipare a qualsiasi campagna di acquisizioni. Chissà che non interessino i marchi che Campari sta dismettendo?
Altro big tra i marchi tricolore, ecco la Montenegro, azienda posseduta dalla famiglia Seragnoli, dai lunghi trascorsi storici (fu fondata a fine 800) e famosa ovviamente per l’Amaro omonimo. Il gruppo, che ha sede a Zola Predosa nel Bolognese, oltre al suo prodotto di punta ha in portafoglio anche il brand Vecchia Romagna e, negli aperitivi, il marchio Select. Ma Montenegro nel tempo ha diversificato. Non solo spirits e aperitivi, ma anche food. Nel portafoglio Montenegro ha la camomilla Bonomelli, il The infrè, l’olio Cuore e la pizza Catarì.
Un ircocervo che spazia dai superalcolici al potere tranquillante della camomilla. Un gruppo comunque a buona redditività. Nel consolidato annuale chiuso l’anno scorso Montenegro ha prodotto ricavi per 334 milioni, con utili netti saliti a 21 milioni dai 16 dell’anno prima. Come si vede dalla profittabilità netta, situata a oltre il 6% dei ricavi. Ma soprattutto, come per gli altri gruppi che abbiamo visto e vedremo, il tratto caratteristico dell’impresa dell’universo Seragnoli è la forza patrimoniale. Un attivo consolidato di 403 milioni, con un patrimonio netto a quota 324 milioni e poco più di 70 milioni di debiti, di cui quasi nulla con le banche.
Hanno di recente comprato da Campari il marchio Cinzano i fratelli Caffo, produttori del Vecchio Amaro del Capo, che sta investendo molto in campagne pubblicitarie televisive. Ma il gruppo Caffo 1915, dell’omonima famiglia calabrese, non vanta nel suo bouquet solo l’ormai famoso amaro, ma anche brand minori come Borsci San Marzano e l’amaro Petrus.
Si tratta dell’amaro molto pubblicizzato in tv di questi tempi ed è la fonte maggiori delle entrate del gruppo, dato che realizza da solo l’84% delle vendite che l’anno scorso hanno toccato in totale i 92 milioni di euro. Per Caffo però non è stata l’annata migliore, visto che i ricavi sono scesi quasi del 5% sull’anno prima e l’utile netto si è contratto da 19 milioni a 13 milioni.
Resta comunque un livello di profittabilità netta del 14%, sicuramente elevato. E come si è visto in genere per gli altri gruppi, il dna di chi opera nel mercato degli alcolici e superalcolici è la forza patrimoniale. Gli utili pompano i patrimoni e la cassa, mentre i debiti sono in media contenuti ai minimi termini. Condizioni ideali per allargare il perimetro di attività, oggi che Campari è sulla strada delle dismissioni.
Poi tra i gruppi minori ecco il gruppo Lucano, noto per l’amaro omonimo. L’azienda Lucano 1894 ha sede a Pisticci, in provincia di Matera, ed è posseduta dalla famiglia Vena. Negli ultimi due anni il gruppo è andato in perdita: nel 2024 per poco più di 500mila euro, preceduto dal rosso di 1,4 milioni del 2023. Il fatturato è rimasto stabile a quota 20 milioni l’anno scorso. L’azienda è anche particolarmente indebitata, con debiti totali intorno ai 17 milioni su un patrimonio netto di 3 milioni.
Vento in poppa invece per la famiglia Molinari, dell’omonimo marchio noto per la Sambuca. L’azienda nel 2024 ha fatturato 71 milioni, con 9 di utili netti. La gestione industriale ha chiuso con utili operativi per 6,8 milioni. A trascinare l’utile lordo a 12,7 milioni è stata la gestione finanziaria, in cui la famiglia Molinari pare molto impegnata.
La società ha in pancia un portafoglio titoli tra azioni, bond e quote di fondi per 84 milioni, da cui derivano proventi che irrobustiscono i profitti della produzione di sambuca e altri alcolici. Del resto anche per Molinari si ripropone il copione dei produttori di alcolici che in genere sono molto patrimonializzati e con pochi debiti. Il patrimonio netto è di 142 milioni, frutto degli utili cumulati nel tempo.
Non poteva mancare la grappa dei Nonino, storico marchio friulano gestito oggi dalle tre sorelle Cristina, Antonella ed Elisabetta. La società operativa è la Nonino Distillatori srl, che nel 2024 ha fatturato 18,4 milioni con utili netti per 1,7. La gestione industriale vede un margine lordo al 18,5% del fatturato. Ma il dato chiave, più che la buona gestione industriale, è la forza patrimoniale del gruppo guidato dalle figlie dello scomparso Benito Nonino, il re della grappa.
La Nonino distillerie ha un patrimonio netto salito a oltre 18 milioni e una posizione finanziaria positiva per 8 milioni. Zero debiti e società che si autofinanzia. E così in genere produrre spirits si conferma business ricco. Ricchezze che si cumulano negli anni, rendendo ben patrimonializzate le aziende, spesso molto liquide per acquisizioni o diversificazioni finanziarie. (riproduzione riservata)