I 10 cocktail più bevuti del mondo nel 2026
Spoiler il Negroni è in cima alla classifica per il quinto anno di seguito. E il re dei cocktail è fuori per un soffio dal podio
Per il quinto anno consecutivo il Negroni è il cocktail più ordinato e bevuto al mondo. La sua popolarità oltre i confini nazionali è una conquista piuttosto recente, ma riconosce il suo Dna internazionale fin dalla nascita. Nel 1919, infatti, il conte Cammillo Negroni, stanco del solito Americano del Casoni a Firenze, chiese una rinforzata al suo cocktail preferito suggerì lui a Fosco Scarselli di metterci del gin, che aveva conosciuto e imparato a bere nei suoi lunghi giri tra Inghilterra e Stati Uniti. Così il nobile fiorentino con la sprezzatura classica tipica della sua casta, unì la tradizione italiana dell’aperitivo, figlia del Milano-Torino che miscelava il bitter milanese al vermouth torinese con la soda, all’anglosassone gusto per il distillato di ginepro.

Il Negroni ponte tra culture
Il twist fece tendenza tra gli habituées del locale e l’Americano alla maniera del conte Negroni diventò l’ordinazione più diffusa tanto che, per velocità, clienti e barman iniziarono ad abbreviarla fin da subito in Negroni. Da allora così semplicemente si conosce in tutto e nel suo secolo di vita ha ispirato altrettante varianti. Tra le più famose quella del Negroni Sbagliato nata nel 1972 al Bar Basso di Milano, dove Mirko Stocchetto al posto del gin mise dello spumante per errore, appunto.
Molto amata anche la versione con l’aggiunta di caffè espresso alla ricetta, chiamato Negroni svegliato e versato scenograficamente da una moka e inventato da Salvatore Calabrese, bar tender originario della Costiera che fa parte della vecchia guardia italiana a Londra, conosciuto come The Maestro. E la più recente del Ghost oppure White Negroni che lo propone in versione del tutto trasparente sostituendo il vermouth rosso con quello bianco e il bitter con del liquore alla genziana.
Ma in tutte si mantiene il rapporto di un terzo per tutti e tre gli ingredienti, essenziale nel bilanciamento della ricetta originale e per cui i barman italiani si sono battuti strenuamente, quando l’associazione internazionale dell’Aibes avrebbe voluto conformarla in parti da cento, come racconta Paolo Baldini nel suo bel libro “Tutto quello che non sai sul Negroni”. Dove ricostruisce l’ascesa del cocktail nato a Firenze e diventato universalmente famoso poi nel bel mondo sulle spiagge della Versilia, negli anni ruggenti della Bussola o della Capannina.
Margarita Messico e nuvole di sale
Sul podio della classifica stilata ogni anno da Drinks International sulla base dei consumi e dei gusti dei migliori cocktail bar internazionali, dietro al Negroni il secondo posto è stato conquistato dal Margarita. Altro grande classico della miscelazione che unisce due culture e due popoli così diversi tra loro, come Messico e Stati Uniti, legati dal filo verde dell’agave. Dagli anni 30 il cocktail a base di tequila, lime e Triple sec è sinonimo di vacanza ed evasione, già solo a vedere il rim di sale sul bordo del bicchiere.
Alla vecchia maniera
A riprova del fatto che la classifica arriva dall’altra parte dell’Oceano a chiudere il podio si trova l’Old Fashioned. Un drink che da questa parte del mondo, dove il mare è il Mediterraneo e parla latino non convince troppi palati. Dalla New York di fine Ottocento questo drink mette insieme chi ama il whisky con chi gradisce sapori dolci e abboccati con una piacevole diluizione che arrotonda la bevuta.
Mille e un Martini
Fuori dal podio, ma anche fuori serie, il Martini non è solo un altro grande classico della miscelazione è il re dei cocktail le cui origini avvolte nel mistero non fanno che contribuire al suo alone di fascino. Protagonista di una bibliografia sterminata, attorno al cerchio della sua coppa ci si può perdere seguendo tracce infinite come il segno matematico che tiene insieme tutto lo scibile. Più che un drink è una categoria dello spirito e chi si sente di farne parte, ha il proprio rito e proporzione. La ricetta, di per sé, sembra semplice, infatti, vermouth dry e gin o vodka a seconda dei gusti. Ma sono i rapporti a fare la differenza. C’è chi ama sentire la presenza del vermouth e chi invece non lo metteva affatto, come Winston Churchill, diceva che si doveva giusto fare un cenno in direzione della bottiglia. A metà, poi, ci sono i sostenitori della pratica dell’in and out, si mette nel mixer giusto per insaporire il ghiaccio e poi si getta via. Infine c’è il partito del direct Martini contrario alla diluizione, che non accettano neanche il contatto del liquido con il ghiaccio e usano mettere in freddo la base di vodka o gin.
Il risveglio del Martini
Tanto iconico è il Martini che una delle sue varianti fa scuola a sé, l’Espresso Martini. Classico moderno, il cocktail nasce a cavallo degli anni 80-90 a Londra. Creato, si dice, da Dick Bradsell su espressa richiesta di una top model, sua assidua cliente che suo locale a Soho, entrando, gli chiese qualcosa che la svegliasse e, allo stesso tempo, stordisse. Nasce così la ricetta che mescola un classico Martini a base vodka con liquore al caffè e un espresso fatto al momento. Complice i natali modaioli, il cocktail si impone prima nella dorata cerchia del fashion poi dai primi del Duemila esce dai confini di quel mondo per dilagare anche nel mondo dei comuni mortali.
L’alma de Cuba
Quinto classificato il secondo cocktail più amato da Hemingway, il Daiquiri. Nato nella seconda metà dell’Ottocento a Cuba nella sua ricetta, rum, succo di lime fresco e zucchero rappresenta come il Martini e come la pasta al pomodoro la grande sfida della semplicità, un paradosso di ricetta all’apparenza semplice ma sfidante appunto in termini di preparazione per equilibrio e bilanciamento del risultato finale. Si tratta di un cocktail che rappresenta già fin dagli ingredienti la vera anima dell’isola caraibica. Dal XX secolo grazie alla diffusione del turismo americano e alla conseguente sviluppo dei grandi alberghi dell’Havana, il drink è dai banconi dell’Havana è stato catapultato nel gotha internazionale della miscelazione.
Aperitivo globale
Il rito dell’aperitivo spruzzato all’italiana ha conquistato il mondo. Complice il colore rosso aranciato che rende molto bene sulla feed del social media e soprattutto le abitudini di una bevuta meno alcolica, più leggera e molto dolce delle nuove generazioni. Metteteci la ricetta facile da memorizzare in ragione del 3, 2, 1 (3 parti di Prosecco, 2 di bitter e 1 di soda) e via col ghiaccio. Più semplice di così. E infatti lo Spritz è diventata la parola d’uso comune in tutto il mondo per aperitivo. In tutte le varianti familiari, che si declinano ormai in un arcobaleno di colori, dall’arancione codificato per prima dai fratelli Barbieri a Padova nel 1919, al rosso Campari partito da Novara alla conquista di Milano e del mondo, fino ai riflessi rubino del Select veneziano e quelli ancora più scuri del Cynar a base di carciofo.
Paloma vincente
Facile come il gin tonic, il Paloma è un cocktail high ball a base di tequila, soda al pompelmo e lime. E come lo Spritz, ha beneficiato della facilità della ricetta e della new wave che predilige long drink freschi, dal ridotto contenuto alcolico e dal gusto più dolce che sour. Con il plus del colore instagrammabile, pure lui. Con la sua popolarità ha dato un contributo importante crescita globale delle vendite di tequila fuori dal continente americano.
Whiskey Sour
Tra i cocktail più antichi di cui si abbia traccia, la versione a base di whisky resta uno dei più amati della famiglia dei sour. Soprattutto nel mondo anglosassone, visto anche la secolare passione per il distillato di malto. Cocktail virile per eccellenza in tempi recenti si è ingentilito con l’aggiunta di albume che gli dona un morbido impatto inziale della foam.
Manhattan Style
Spesso associato al Manhattan Club, dove pare abbia visto la luce il drink alla fine del XIX secolo, è una delle ordinazioni più amate in generale dei gentlemen perché con la sua ricetta a base di whisky, vermouth dolce e bitter, tradisce gusti sofisticati. Un mix di tre basi miscelate che ricorda il Negroni ma con la parte nobilitante del whisky che lo rende così amato nel mondo anglosassone. (Riproduzione riservata)
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