«La guerra ibrida è continua e colpisce infrastrutture critiche, centri decisionali, servizi essenziali e la tenuta di ogni Paese, con rischi quotidiani e crescenti di danni catastrofici. Siamo sotto attacco e le bombe hybrid continuano a cadere: il tempo per agire è subito». Sono le conclusioni del dossier illustrato dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, al Quirinale durante il Consiglio supremo di difesa.
Il documento di 119 pagine è composto da informazioni non classificate dell’intelligence con analisi realizzate sulla base di fonti aperte attendibili, «arricchite dalle mie interlocuzioni avute con colleghi europei», si legge nel non paper, di cui è in possesso MF-Milano Finanza, che nelle prossime ore sarà inviato ai presidenti di Camera e Senato.
Un testo che richiama l’Italia a «predisporsi anche sul piano ibrido per reazioni legittime e tempestive» come già accade per violazioni dello spazio aereo, delle acque territoriali o dei confini terrestri. Occorre passare rapidamente dall’attuale postura contenitiva a una postura concretamente difensiva (che in ambito hybrid non può che essere proattiva ), sia a livello nazionale sia in ambito alleanze.
L’Italia, per la sua postura geopolitica e il ruolo nei consessi internazionali di cui fa parte (Ue, Nato e G7), è esposta a diversi profili di rischio. Vengono attaccati settori come energia (centrali elettriche, gasdotti), trasporti (aeroporti ferrovie porti e strade), telecomunicazioni (internet, data center), sanità (ospedali , reti di emergenza) e finanza (banche , sistemi di pagamento). Perché «basta colpire uno di questi settori per mettere in difficoltà una intera nazione». Nel documento non vengono poi dimenticate le vulnerabilità sulle sulle materie critiche e gli snodi marittimi (a partire da Suez).
Nel dossier, il ministro spiega che gli attori ibridi «sono tipicamente Stati autoritari, in grado di orchestrare in modo agile ed efficace azioni coordinate su più domini mobilitando l’intero apparato statuale». Secondo diverse analisi, tra i principali attori impegnati nelle attività ibride a livello globale figurano la Federazione Russa, la Repubblica Popolare Cinese, l’Iran, la Corea del Nord.
«Nel 2024 a Mosca sono state attribuite numerose attività ibride ai danni dei Paesi sostenitori dell’Ucraina. Tali azioni avrebbero mirato a minare la coesione del fronte occidentale, incidendo sulle catene di approvvigionamento e sulle fonti energetiche, e si sarebbero concretizzate in sabotaggi e cyberattacchi di intensità crescente in Europa, oltre a campagne di disinformazione e alla strumentalizzazione dei flussi migratori a fini destabilizzanti».
Nello stesso periodo, secondo autorevoli esperti, «Pechino avrebbe attuato una complessa strategia multi-vettoriale a sostegno dei propri interessi strategici: penetrazione economica e tecnologica, influenza nelle infrastrutture critiche, gestione delle catene di approvvigionamento, facendo leva geo-economica sulle materie prime critiche (terre rare, grafite, gallio, germanio)». Secondo alcune analisi, Pechino mirerebbe a un Occidente più debole e frammentato, mantenendo però il mercato europeo stabile e aperto così da poterlo sfruttare per la propria crescita economica e tecnologica.
In aggiunta, si legge ancora nel documento, «l’Iran farebbe ricorso a proxy regionali (come Houthi, Hezbollah e milizie sciite) e a strumenti cibernetici, dimostrando la capacità di minacciare snodi marittimi cruciali e destabilizzare aree strategiche. In altri termini, Teheran tenderebbe ad avvalersi di attori locali per colpire obiettivi in modo indiretto, mantenendo un basso profilo».
A questi, naturalmente, si affiancano attori non-statuali: gruppi terroristici, criminalità organizzata transnazionale, hacktivisti estremisti, spesso utilizzati da Stati per garantire la c.d. plausible deniability. In altri termini, si ricorre ad attori terzi per condurre attività ostili, così da celare il coinvolgimento diretto dello Stato mandante.
Tra le soluzioni proposte per affrontare la minaccia ibrida e gli attacchi nel cyber spazio, il documento di Palazzo Baracchini cita «il potenziamento degli organici militari anche nell’ordine di 10-15 mila unità» dedicate al settore cyber e nuove tecnologie, con un Cyber Command che sovrintenda queste operazioni di protezione dello spazio cibernetico, da inquadrare sotto lo Stato Stato maggiore della Difesa.
Inoltre, servirà mettere in piedi un’Arma cyber civile e militare, «numericamente adeguata» di «almeno 5 mila unità». Un primo obiettivo più realistico ipotizza 1.200-1.500 uomini, per lo più con funzioni operative. operative. Infine, occorre istituire un Centro di comando e controllo.
«Ci sveglieremo, un giorno, di fronte a un danno catastrofico e ci chiederemo, “sorpresi”, cosa sia avvenuto. La risposta sarà: “È avvenuto esattamente ciò che era più probabile — anzi, prevedibile — che accadesse”, se non faremo nulla di ulteriormente concreto per evitarlo». (riproduzione riservata)