Greenpeace è stata condannata a pagare 660 milioni di dollari di risarcimenti a Energy Transfer, società texana di trasporto e stoccaggio di combustibili fossili, con l’accusa di aver orchestrato una campagna di proteste violente contro la costruzione dell'oleodotto Dakota Access tra il 2016 e il 2017.
Una giuria composta da nove giudici del tribunale di Mandan, in North Dakota, ha ritenuto l’azienda colpevole di diffamazione e di centinaia di milioni di dollari di danni contro le operazioni di Energy Transfer. Al centro del contenzioso c'è l’oleodotto Dakota Access, dove tra il 2016 e il 2017 la tribù Sioux di Standing Rock ha guidato una delle più grandi proteste contro i combustibili fossili nella storia statunitense. Energy Transfer ha accusato Greenpeace di aver «incitato le persone a protestare orchestrando una campagna di disinformazione» e di aver causato danni finanziari all’azienda e danni fisici ai propri dipendenti.
Greenpeace, che ha sempre negato le accuse, ha dichiarato in una nota che cause legali come questa mirano a «distruggere il diritto alla protesta pacifica» e promette di fare ricorso. Il mese scorso, però, aveva anche avvertito che, proprio a causa dell’esito di questo contenzioso, sarebbe stata costretta a dichiarare bancarotta dopo oltre 50 anni di attività. «Stiamo assistendo a un ritorno disastroso verso il comportamento sconsiderato che ha alimentato la crisi climatica, ha approfondito il razzismo ambientale e ha anteposto i profitti dei combustibili fossili alla salute pubblica e a un pianeta vivibile. La precedente amministrazione Trump ha trascorso quattro anni a smantellare le leggi di protezione per l’aria pulita, l’acqua e la sovranità indigena, e ora insieme ai suoi alleati vuole finire il lavoro mettendo a tacere le proteste. Non faremo marcia indietro. Non saremo messi a tacere», ha affermato Mads Christensen, direttore esecutivo di Greenpeace International.