Adesso tutti gli occhi sono puntati sulla Germania. La procedura d’infrazione contro l’Italia sul golden power ha chiarito - una volta per tutte - cosa pensa l’Europa del risiko bancario. Ma da che parte tirasse il vento a Bruxelles lo si era capito ben prima, quando anche la Spagna è finita nel mirino per il caso Bbva-Sabadell.
Certo, la messa in mora dell’Italia è sull’intera legge, non sui poteri speciali che Palazzo Chigi ha esercitato nell’ops - poi ritirata - di Unicredit su Banco Bpm. È evidente, però, che l’operazione ha fornito l’assist all’Ue per dettare di nuovo la linea e restringere i margini d’azione dei governi nelle fusioni bancarie. Un dettaglio che di certo non sarà passato inosservato in Germania, dove lo schema è simile: sempre Unicredit ha puntato Commerzbank e il governo tedesco ne ostacola le mire.
Ora Berlino cambierà atteggiamento? Presto per dirlo, ma in ogni caso le procedure d’infrazione contro Spagna e Italia non devono ingannare. In Europa i no al consolidamento bancario sono l’eccezione, non la regola. Le fusioni tra istituti avvengono eccome, anche tra Paesi diversi, e i governi di solito non le ostacolano, le auspicano.
Il premier greco Kyriakos Mitsotakis ha steso un tappeto rosso a Unicredit. Niente da obiettare sulla matrice estera, il ceo Andrea Orcel è salito al 29,5% di Alpha Bank indisturbato. E che dire dell’Irlanda, dove l’esecutivo sta per vendere il 57,4% di Permanent Tsb e i compratori dovrebbero essere stranieri (gli indizi portano all’austriaca Bawag e alla spagnola Bankinter)?
Si tratta di due Paesi consci di avere un’economia modesta (l’Irlanda ha un pil di 550 miliardi di dollari, la Grecia di 240 miliardi mentre l’Italia di 2.500 miliardi). Questo significa che il fallimento di una banca può mettere in difficoltà l’intero Paese, quindi meglio avere istituti più grandi e forti, e di conseguenza capaci di servire al meglio le pmi. Soprattutto in Grecia, dove i finanziamenti a queste imprese sono un quinto di quelli dell’Italia.
Logiche identiche valgono per il Portogallo, che però ha ostacolato la vendita di Novo Banco a Caixa. Ma in questo caso Lisbona temeva l’eccessiva concentrazione di istituti spagnoli, che già controllavano un terzo del mercato nazionale. Ecco perché il governo non ha fatto troppe storie quando Bpce ha superato Caixa e ha rilevato la quarta banca portoghese dal fondo americano Lone Star.
I francesi sono stati avvantaggiati anche da un altro elemento: sono un gruppo cooperativo, modello apprezzato dalla politica soprattutto per l’attenzione al territorio. «Parliamo di banche che non distribuiscono dividendi e non sono scalabili. Hanno quindi potenza di fuoco e stabilità nell’azionariato», spiega Luca Penna, managing director di Alvarez & Marsal. «Puntano a sviluppare le proprie fabbriche prodotto, aumentando la distribuzione anche attraverso l’acquisizione integrale o di partecipazioni strategiche. Mi aspetto che continueremo a vedere un’intensa attività di m&a da questi gruppi».
Finora piccole economie, ma l’apertura al risiko non cambia nei Paesi più sviluppati. In Polonia il fondo americano Cerberus ha acquistato VeloBank nel 2024 e altri istituti sono in mano a realtà straniere (ad esempio, i portoghesi di Bcp sono il principale socio di Bank Millennium). A Varsavia c’è una storica apertura verso i partner internazionali, anche perché il governo controlla Pzu, la più grande assicurazione polacca con diverse partecipazioni bancarie, a partire da quel 20% di Pekao comprato da Unicredit nel 2016. Quindi la concorrenza estera fa poca paura.
Anche in Ungheria la presenza di attori stranieri è una costante, come nell’Est Europa, dove operano le austriache Raiffeisen ed Erste e le italiane Intesa Sanpaolo e Unicredit. Di nuovo Stati con pil modesti e alta frammentazione del sistema bancario, ben venga allora il consolidamento.
A storcere il naso contro risiko, insomma, sembrano essere le grandi potenze economiche europee. Ma anche qui si tratta di eccezioni (l’Italia è intervenuta solo nell’ops di Orcel) e soprattutto, come in Francia, il più è già stato fatto. Restano contendibili soltanto alcune roccaforti territoriali, spesso protette da forti agganci politici, mentre il resto è già stato consolidato da quelli che ora sono grandi campioni europei.
Il loro futuro non passerà solo dal risiko transfrontaliero, ma anche da una diversa tipologia di m&a, come dimostrano i casi - sempre più frequenti - di joint venture assicurative sciolte per essere internalizzate (vedi Unicredit e Bpm). «Dopo la stabilizzazione del Danish Compromise mi aspetto un’intensa attività nel bancassurance, soprattutto nel vita», osserva Penna. «Lo stesso potrebbe accadere con il risparmio gestito: nascerebbero dei conglomerati finanziari che non si limiteranno solo alla tradizionale attività bancaria. Per i grandi istituti europei sembra una via obbligata dopo i tagli dei tassi della Bce e il conseguente calo del margine d’interesse». (riproduzione riservata)