Giovanna Vitelli: pronti a salpare verso nuovi progetti
Intervista alla presidente di Azimut|Benetti, da 25 anni il primo gruppo mondiale per la costruzione di yacht oltre i 24 metri
Per il venticinquesimo anno consecutivo, Azimut|Benetti è il primo gruppo mondiale per la costruzione di yacht oltre i 24 metri. Una supremazia non solo quantitativa (167 unità prodotte per oltre 6mila metri lineari varati), ma culturale e strategica, sostenuta da una leadership imprenditoriale solida, familiare e sempre più globale. Fondata nel 1969 da Paolo Vitelli, figura chiave nella storia della nautica italiana, l’azienda è presente in 80 Paesi, con 138 punti vendita e assistenza.

Oggi è guidata da Giovanna Vitelli, figlia del fondatore, che ne ha raccolto l’eredità industriale e valoriale, orientandola verso la sostenibilità, l’innovazione e una governance moderna. Ne è dimostrazione la sede rinnovata di Azimut Yachts, inaugurata a luglio ad Avigliana, in Piemonte (qui sotto): progettata da Amdl Circle e Michele De Lucchi, autori anche del restyling dell’edificio principale e della realizzazione del nuovo padiglione multifunzionale, segna un’evoluzione del modello lavorativo di Azimut che mette al centro la collaborazione e il lavoro in team.

Oltre allo storico headquarter, il Gruppo ha sedi in Brasile, a Itajai, e in Italia, a Savona, Fano (dedicato alla produzione delle serie Azimut Magellano), Viareggio (dove vengono costruiti gli yacht Azimut sopra i 24 metri e i superyacht Benetti dai 24 ai 100 metri) e a Livorno, a oggi il più grande cantiere in attività del mondo, dove Gentleman ha incontrato Giovanna Vitelli.

Gentleman. Come si è svolto il passaggio di consegne con suo padre?
Giovanna Vitelli. Era iniziato molto prima della sua scomparsa. Mio padre veniva da un’epoca pionieristica, ma quando l’azienda ha superato il miliardo di fatturato mi disse: «La parola governance non so nemmeno cosa significhi, quindi occupatene tu». Mi ha lasciato spazio, ed è iniziata una trasformazione profonda.
G. Un gesto raro, riconoscere il momento di lasciare spazio.
G.V. È stata una grande prova di intelligenza. In una sua intervista disse: «La terza fase della nautica premierà chi saprà trasformare l’amore per il prodotto in qualità, in organizzazione, in continuità familiare e managerialità». È una frase che tengo nel cuore. Incarna perfettamente il senso della sua visione e la fiducia nel futuro.
G. Laureata con lode in Giurisprudenza all’Università di Torino: che cosa l’ha portata a restare in azienda, abbandonando la carriera legale?
G.V. Lavoravo in uno studio internazionale, stavo per trasferirmi negli Usa. Poi mio padre mi disse che stava pensando di vendere. Quella frase cambiò tutto. Decisi di restare, iniziai occupandomi delle marine, poi capii che il cuore era il prodotto. Ho osservato a lungo, fino a prendere responsabilità diretta sullo sviluppo. Mio padre mi diede piena fiducia.

G. È lì che nasce il vostro sodalizio sul piano strategico e creativo?
G.V. Assolutamente. È stato un patto basato su ascolto e autonomia. Mi ha lasciato decidere, anche quando non era del tutto convinto. Così sono arrivati i primi progetti di rinnovamento stilistico, l’apertura ai designer esterni come Achille Salvagni e l’idea di raccontare un lusso nuovo, più esperienziale. L’Oasis 40M di Benetti ne è il simbolo (sopra).
G. Come affrontate la transizione sostenibile?
G.V. Non è una scelta di marketing, ma una direzione industriale. Oggi abbiamo 10 yacht ibridi in costruzione, utilizziamo soluzioni mild hybrid che permettono di vivere la barca senza generatori accesi, anche in rada. È un’esperienza nuova, che cambia il modo di stare a bordo. L’ho provata personalmente sul Seadeck 6 (qui sotto): una volta vissuta, è difficile tornare indietro.

G. Avete scelto di non quotarvi in Borsa...
G.V. Per noi è una scelta consapevole. Abbiamo autonomia finanziaria, una cassa solida. Siamo liberi di investire senza sottostare a logiche speculative o trimestrali. Quando servono partner, li scegliamo con attenzione, con logiche mirate. Abbiamo sempre avuto soci di minoranza: un cliente asiatico di Benetti, una banca come Intesa Sanpaolo, poi Tamburi, con il fondo TIP, con l’8%. Il Fondo Sovrano dell’Arabia Saudita ha il 33%: è un partner istituzionale, strategico, non speculativo. Avere un alleato forte in un’area in espansione come il Golfo è prezioso.
G. Quanto pesano le incertezze del mercato americano?
G.V. Gli Usa valgono un terzo della produzione di Avigliana. I dazi e la svalutazione del dollaro sono problemi concreti. Però ci siamo mossi in anticipo: abbiamo alzato la taglia media dei modelli, aumentato le marginalità, diversificato i mercati. Il Medio Oriente e l’Europa stanno rispondendo bene. L’Asia, più lenta in passato, ora è in ripresa e noi ci crediamo.

G. L’argomento stock, le barche prodotte e non vendute, sembra oggi rappresentare una delle maggiori sofferenze per la cantieristica delle produzioni seriali…
G.V. Marco Valle, il nostro ceo (sopra, fotografati insieme), in tempi non sospetti, quando tutti parlavano di un mercato ancora in forte crescita, lanciandosi in previsioni poi smentite dai fatti, fu il primo ad annunciare che il nostro Gruppo si sarebbe adeguato a quello che considerava un fisiologico calo della domanda, dunque riducendo i programmi di produzione e organizzandosi commercialmente per non rivivere quello che era accaduto dopo il 2008, con la crisi innescata dal default di Lehman Brothers. Sappiamo che molti cantieri e, a cascata, i loro dealer hanno un grosso problema con le barche prodotte e invendute, noi in tal senso siamo in una condizione diversa, il fenomeno è molto marginale.

G. Tornerete sul mercato dei giga yacht oltre i 100 metri?
G.V. Assolutamente. Abbiamo maturato competenze e infrastrutture per realizzare unità fino a 110 metri. I nostri standard sono paragonabili a quelli dei cantieri del Nord Europa, ma con maggiore flessibilità e capacità di soddisfare il cliente anche in corso d’opera. Broker e designer lo riconoscono.
G. Come mai siete rientrati in Confindustria Nautica.
G.V. Era giusto esserci: mio padre l’aveva lasciata, ma io sentivo il dovere di tornare. Siamo il primo gruppo del settore, dobbiamo portare idee e visione. Senza una voce comune, le grandi battaglie si perdono. E noi vogliamo vincerle. (Riproduzione riservata)
Native Content