I mercati si preparano al dopo Scholz. È molto probabile che il cancelliere tedesco perderà il voto di fiducia il 16 dicembre. E se per le elezioni bisognerà attendere il 23 febbraio, la campagna è lanciata, con il leader dei cristiano-democratici della Cdu, Friedrich Merz, favorito nei sondaggi come prossimo cancelliere. Si è già detto disponibile a discutere della disposizione costituzionale che fissa allo 0,35% del pil il tetto del disavanzo pubblico. Una soglia superata in via straordinaria per far fronte prima alla pandemia e poi alla crisi energetica dovuta all’invasione russa dell’Ucraina.
Leggi anche:
Gli economisti da tempo accusano il freno al debito, adottato nel 2009, di rallentare l’economia tedesca, che si prevede si contrarrà quest’anno. Un aumento della spesa pubblica dell'1% o del 2% del pil per 10 anni può incrementare la crescita almeno all'1% dallo 0,2% su base trimestrale del terzo trimestre, secondo Carsten Brzeski, Global Head of Macro di Ing. «La Germania non ha problemi di finanza pubblica, dato che il debito è solo al 63% del pil, quindi ha più spazio per spendere rispetto a Paesi come Francia e Italia. Se è possibile combinare riforme con politiche fiscali più flessibili, è il momento di farlo», anche perché il presidente Usa, Donald Trump, potrebbe dare corpo alla minaccia di dazi del 10% sulle merci europee. E la Germania, il cui principale mercato di esportazione sono proprio gli Stati Uniti, sarebbe molto vulnerabile, soprattutto perché il Tycoon ha ventilato ipotesi di tariffe più consistenti sulle automobili.
Il mercato già sconta da parte della Germania un aumento delle emissioni di bond per finanziare il rilancio. Ma è fattibile solo se le normative sul freno al debito vengono modificate o nel caso in cui il governo istituisca un fondo speciale esente dalla regolamentazione, spiega a Milano Finanza Yesenn El-Radhi, vicepresidente, Global Sovereign Ratings di Morningstar Dbrs, che cita il caso del fondo speciale da 100 miliardi per la spesa della difesa. Entrambe le misure, tuttavia, richiedono una maggioranza di due terzi nel Parlamento tedesco. I mercati obbligazionari, comunque, si stanno già muovendo in previsione di un maggior indebitamento governativo (negli ultimi anni la Germania è arrivata a 80-100 miliardi di euro di emissioni l’anno, ben oltre la media pre-pandemia): lo spread swap a 10 anni tedesco (differenza tra il rendimento del decennale e il tasso swap a 10 anni) è al livello più basso degli ultimi 20 anni.
Tuttavia la crisi tedesca rischia di avere strascichi non trascurabili sull’Italia. «I problemi economici in Germania stanno già avendo un impatto sull'economia italiana. Non sorprende, dato che Berlino è il principale partner commerciale dell'Italia e svolge un ruolo centrale nell'economia europea», osserva Javier Rouillet, Senior Vice President, Global Sovereign Ratings di Morningstar Dbrs. «Questo riflette i venti contrari per il settore industriale tedesco derivanti dalla crisi energetica, dal rallentamento dell’economia cinese, dalla crescente competizione nel settore aito e dai tassi di interesse ancora elevati. Riteniamo che l'evoluzione di questi fattori, piuttosto che l'incertezza politica di breve termine in Germania, avrà un impatto sull'Italia. I settori più esposti sono quelli dei macchinari e delle attrezzature meccaniche, dei veicoli e componenti per auto, che rappresentano oltre la metà delle esportazioni italiane verso la Germania. Anche le esportazioni di farmaci, alimenti e bevande sono esposte alla recessione tedesca».
Non a caso alcuni di questi settori sono già in ginocchio alla borsa di Francoforte (si veda la tabella in pagina).Detto questo, «non sovrastimerei la crisi politica in Germania perché è in atto da tempo, di pari passo con quella economica», avverte Gianmarco Bonacina, responsabile dell'Equity Research di Banca Akros, convinto che sia possibile un’intesa tra socialdemocratici e popolari e che si andrà verso un governo di grande coalizione. Una volta eletto il nuovo governo, «verosimilmente la Germania continuerà a essere debole perché dipende molto, troppo, dal settore automotive che ha prima sofferto per lo scandalo diesel, poi ha spinto sull'elettrico grazie ai sussidi iniziali del governo, ma una volta che sono stati tagliati perché non sostenibili e che la domanda non è stata all’altezza, ha fatto marcia indietro».
La crisi strutturale del settore auto, dovuta anche all’effetto mix negativo e ai prezzi in calo, «ha conseguenze dirette sull’Italia, primo fornitore delle industrie tedesche. Quindi, è fisiologica un po’ di sofferenza quando il tuo principale cliente arranca», continua Bonacina, ricordando che di recente le tedesche Volkswagen, Bmw e Mercedes hanno emesso profit warning, lamentando che la mancanza di ordini ostacola la produzione e fa cadere i margini. Tutto questo si riversa automaticamente sui fornitori, e i principali sono proprio italiani. Come si vede nella tabella in pagina (esposizione oltre il 5% dei ricavi 2023), preparata da Mediobanca Research per Milano Finanza, Brembo, Pirelli, Stellantis, Piaggio, Iveco, attive nel settore automotive (è quello che contribuisce maggiormente ai guadagni dell’indice Dax), sono esposte alla Germania, alcune fino al 20% dei loro ricavi.
Certo, un nuovo governo forte potrebbe decidere di prendere azioni decise per risollevare la sua industria più importante, «ma non me lo aspetto, posticiperà una soluzione». D’altra parte, il mercato globale delle auto dovrebbe rimanere stabile nel 2025 (+1,3% su base annua), con Europa e Nord America in calo dello 0,5/1,0% su base annua, la Cina in crescita del 2,4% e il Sud America del +7%. «Riteniamo che i produttori Oem tedeschi/europei potrebbero perdere ulteriori quote di mercato con i concorrenti cinesi e americani in ripresa. Per questo in settimana abbiamo tagliato il rating sul titolo Brembo da accumulate a neutral, ma tutta la filiera dell'automotive, quindi anche i fornitori come, ad esempio, StM nel settore dei semiconduttori, ne stanno risentendo», precisa Bonacina.
La Germania è un mercato chiave anche per Ariston che ha beneficiato del boom delle pompe di calore post Covid, mentre ora è in fase di normalizzazione. Se il nuovo governo adotterà nuovi incentivi per la transizione energetica ne beneficerà, altrimenti la crescita sarà più limitata. Nel caso di De’ Longhi e Buzzi, invece, saranno importanti gli investimenti che il nuovo governo tedesco deciderà di attuare, soprattutto se ci sarà la pace e investirà nella ricostruzione dell’Ucraina. Discorso diverso per gli investimenti nella Difesa. «Credo che la minaccia di Trump di uscire dalla Nato sia reale. Quindi, come ha ben suggerito Mario Draghi nel suo rapporto, l’Europa, e la Germania di conseguenza, dovranno investire di più negli armamenti per avere un esercito comune. Il giro d’affari di Leonardo in Germania è pari al 5,4% dei ricavi. Quanto, infine, a Unicredit e a un’eventuale fusione con Commerzbank nessun governo, di destra o di sinistra, dovrebbe in teoria interferire con una tale operazione, poiché questo potere spetta alla Bce».
A conti fatti il rischio Germania per le quotate italiane è controllato, non supera 19,5 miliardi. Un bel banco di prova in vista del 29 novembre quando toccherà proprio a Dbrs esprimersi sulla Germania. «Il rating creditizio a lungo termine sulla Germania è AAA e il trend è stabile. Sebbene un potenziale aumento delle tensioni commerciali o dei rischi geopolitici avrebbe un impatto negativo sul Paese, il profilo creditizio continua a essere sostenuto da importanti punti di forza, come la natura altamente sviluppata della sua economia e le solide finanze esterne. Inoltre», conclude El-Radhi, «la sostenibilità del debito pubblico è elevata, grazie a un basso onere per interessi, a uno stock moderato di debito pubblico e allo status di porto sicuro del Paese». Un taglio del rating non sembra essere dietro l’angolo. (riproduzione riservata)