Israele ha accettato una tregua di 60 giorni. Ora tocca ad Hamas fare lo stesso. È l’annuncio del presidente americano, Donald Trump, a pochi giorni dall’incontro con il premier israeliano Benjamin Netanyahu a Washington, che volerà in America lunedì 7 luglio.
La notizia è stata comunicata dal presidente attraverso un post sul social media Truth. «I miei rappresentanti hanno avuto oggi (martedì 2, ndr) un lungo e produttivo incontro con gli israeliani sulla situazione a Gaza. Israele ha accettato le condizioni necessarie per finalizzare un cessate il fuoco di 60 giorni, durante il quale lavoreremo con tutte le parti per porre fine alla guerra».
Trump ha detto che «qatarioti ed egiziani, che hanno duramente lavorato per contribuire alla pace, presenteranno questa proposta finale» ad Hamas. «Spero, per il bene del Medio Oriente, che Hamas accetti questo accordo, perché la situazione può soltanto peggiorare», ha sottolineato Trump.
L’annuncio è arrivato dopo i colloqui, nella capitale americana, tra il ministro israeliano per gli Affari Strategici, Ron Dermer, e alti funzionari dell’amministrazione tra cui il vicepresidente J.D. Vance, il segretario di Stato Marco Rubio e l’inviato speciale Steve Witkoff.
Poche ore prima del post, Trump parlando con i giornalisti in Florida aveva ribadito la sua convinzione che Netanyahu fosse pronto a un accordo e che sarebbe stato raggiunto entro la settimana. In ballo ci sono le condizioni sempre più disperate dei civili palestinesi nella Striscia e la vita di 50 ostaggi. Ora resta da vedere come Hamas accoglierà la proposta americana, che nelle parole del tycoon suona quasi come un ultimatum.
Intanto il prezzo del greggio si muove al ribasso: alle 9.30 il Brent si attesta sui 67 dollari l’oncia, mentre il Wti è in calo frazionale dello 0,06% a 65 dollari. Secondo Priyanka Sachdeva, analista senior di mercato di Phillip Nova, «è probabile che l’oro nero si muova in un intervallo più ristretto questa settimana, in un contesto di diffuse aspettative che l’Opec+ decida di aumentare la produzione ad agosto».
Considerato la situazione attuale, Guillaume Tresca, senior emerging market strategist di Generali Investments ritiene che «i prezzi del petrolio si manterranno probabilmente tra 65 e 70 dollari al barile nei prossimi mesi, con maggiori rischi al ribasso rispetto al rialzo». Ma attenzione all’eccesso di offerta. «Gli scenari», prosegue Tresca, «indicano il rischio di un’improvvisa ma temporanea ripresa dell’inflazione. In uno scenario ribassista ci si aspetta una rapida de-escalation delle tensioni porta a un calo del prezzo del brent a 55 dollari, con effetti temporanei e un ritorno ai livelli base entro un anno. In una visione a basso rischio le tensioni si alleviano, ma le sanzioni statunitensi contro l’Iran riducono la produzione di circa l’1%, facendo salire il prezzo del petrolio a 75 dollari, che si stabilizza poco sotto i 70 dollari negli anni successivi».
Nella prospettiva di rischio medio, Generali Investments immagina che «attacchi continuativi interrompono le esportazioni iraniane, riducendo l’offerta del 4% e portando il prezzo a circa 90 dollari, stabile fino al 2026. Infine, in uno scenario più rischioso: un rapido aumento dell’inflazione negli Stati Uniti e nei mercati emergenti, con un picco nel tasso core e un impatto negativo sulla fiducia e sull’attività economica, specialmente nel 2024. Inoltre, la diminuzione dei prezzi del petrolio nello scenario ribassista avrebbe effetti simili nel 2026». (riproduzione riservata)