La Francia rischia di diventare l’anello debole dell’Eurozona: debito in forte crescita, deficit primario fuori controllo, difficoltà politiche e sociali. L’Italia invece dopo anni di sacrifici ha imparato a tenere i conti più in ordine ed è tornata stabilmente in avanzo primario. Il confronto tra Roma e Parigi si capovolge: se prima l’Italia era percepita come la pecora nera d’Europa, ora appare come un Paese solido, con un debito sostenuto in gran parte dal risparmio domestico e un export che corre quasi ai livelli del Giappone. Tanto da far dire a Marco Fortis (economista, docente universitario e vicepresidente della Fondazione Edison) ai microfoni di ClassCnbc che l’ Italia può davvero diventare il vaso di ferro tra i vasi di coccio del G7. A una condizione: nessun passo falso.
Dal punto di vista della gestione dei conti pubblici l’Italia è effettivamente una mosca bianca. Siamo riusciti a mantenere il rapporto debito/pil poco sopra i livelli pre-Covid, quelli del 2019. Secondo le stime del Fondo Monetario, nel 2030 il nostro debito/pil sarà appena di tre punti superiore a quello del 2019, mentre la Francia registrerà un incremento di 30 punti. Con il risultato che, negli anni ’30, Parigi rischierà di superare Roma.
Il punto cruciale è la struttura del debito. In Italia oltre 4.300 miliardi sono detenuti da famiglie e imprese, un vero cuscinetto che ci rende meno esposti. La Francia, al contrario, dipende in larga misura da investitori esteri, che per anni ne hanno finanziato lo Stato sociale. Ora però non sono più disposti a sostenere un Paese incapace di attuare riforme, nemmeno su questioni minime come l’abolizione di due festività, figurarsi sulle pensioni.
Nel 2011 il nostro debito/pil era al 119,1%, esattamente lo stesso livello che il Fondo Monetario prevede per la Francia per l’anno prossimo. Ma con una differenza fondamentale: l’Italia aveva un avanzo primario, mentre la Francia registra un deficit primario enorme, pari al 3,7%. Dopo il 2011 l’Italia seppe fare sacrifici e riforme.
Che cosa rischia Parigi?
Il timore è che la Francia possa andare incontro a una deriva molto importante. Per restare al parallelismo con il 2011, va ricordato che in Italia dopo il governo Berlusconi ci fu l’esecutivo di larga unità presieduto da Mario Monti: fu fatta subito una riforma delle pensioni. Gli italiani seppero tirare la cinghia. Ora il Paese è tornato in avanzo primario e ci resterà fino al 2030. La Francia invece sarà in disavanzo almeno fino al 2030. C’è una grande differenza tra un Paese che ha imparato a fare sacrifici e a tenere in ordine i conti e un altro che invece si è illuso fino all'anno scorso di essere molto importante e con i conti a posto.
A mio avviso sì. Non possiamo gioire delle difficoltà francesi, perché Parigi è un partner commerciale determinante, ma è chiaro che l’Italia non è più la pecora nera d’Europa. Se depuriamo il debito autofinanziato da famiglie e imprese, il nostro rapporto effettivo con il pil è intorno al 116%. La Francia ci supererà già l’anno prossimo. Credo che il nostro rating dovrebbe essere rivisto al rialzo e avvicinato a quello francese.
Sì, a condizione che mantenga la disciplina fiscale. Se nei prossimi tre-quattro anni sapremo evitare l’assalto alla diligenza, dimostrando continuità nel rigore, l’Italia potrà conquistare uno status nuovo: da Paese considerato un rischio sistemico a caso virtuoso nel G7. Sarebbe una riforma a costo zero, frutto non di nuove strette ma della credibilità accumulata.
In questo momento non ci sono le condizioni per una manovra espansiva. L’obiettivo deve essere la massima prudenza, anche smaltendo i residui dei Superbonus. I sacrifici di oggi saranno ricompensati domani: l’Italia rischia di diventare l’unico vaso di ferro in un G7 fatto di vasi di coccio. Persino la Germania dovrà aumentare il debito per uscire dalla crisi. Per noi, al contrario, si schiude un’occasione storica.
Non credo sia una soluzione corretta. Intervenire direttamente sul mercato non è mai positivo. Sarebbe molto più utile spingere le banche, con la moral suasion del governo, a sostenere maggiormente famiglie e imprese tramite la concessione di finanziamenti.
Molto. Nei primi sette mesi dell’anno abbiamo esportato beni per 348 miliardi di euro, praticamente lo stesso livello del Giappone, che ha una popolazione doppia. È un risultato che conferma la forza competitiva del nostro sistema produttivo e ci conforta anche in vista delle tensioni commerciali globali. (riproduzione riservata)