Un anno più positivo del previsto che sta per finire e un altro, buono ma forse non eccellente, che inizierà a breve. Così sono tratteggiati il 2025 e il 2026 nelle analisi presentate da Ing ad Amsterdam, in occasione del Media Insights Day della banca olandese. Il 2026, in particolare, potrebbe essere un anno di continuità su diversi livelli, dall’inflazione - che dovrebbe restare contenuta - fino ai mercati che, secondo gli esperti, potrebbero crescere ancora. «Ad aprile (dopo l’annuncio dei dazi Usa, ndr) c’è stato un picco di pessimismo, dopodiché credo che soprattutto l’Europa sia andata meglio di quanto molti temessero», spiega Marieke Blom, chief economist di Ing. La resilienza del Vecchio Continente nel 2025 è legata a tre fattori: il calo dei prezzi dell’energia, il raffreddamento dell’inflazione e l’effetto nel complesso contenuto delle tariffe.
Sul fronte energetico «i prezzi sono stati più bassi del previsto, liberando risorse da spendere altrove», aggiunge Blom. «L’Europa ha trovato nuove fonti di gas e nel petrolio i paesi dell’Opec hanno un surplus, quindi ci attendiamo che i prezzi rimangano bassi». Senza la spinta dell’energia, l’inflazione nell’Eurozona è tornata intorno al target del 2% fissato dalla Bce (a novembre il dato complessivo è stato del 2,2%) e le stime di Ing prevedono che resti a questo livello nel 2026. Tuttavia, le rilevazioni ufficiali non sono allineate con le aspettative dei consumatori. «Un sondaggio della Bce mostra un’aspettativa media del 4,8%», sottolinea Blom, «segno che molti consumatori prevedono un’inflazione elevata. Gli anziani sono i più pessimisti, forse per esperienza storica. Un elemento che alimenta il timore è il proseguimento della guerra in Ucraina che fa temere nuovi rialzi dei prezzi dell’energia. Se la guerra finisse, le aspettative migliorerebbero».
Queste dinamiche si riflettono sulla spesa, che rimane al palo nonostante i salari aumentino. Inoltre, l’impatto dei dazi statunitensi appare in generale limitato. In primavera molte spedizioni sono state anticipate. Dopodiché, quando le tariffe sono diventate effettive, c’è stata una contrazione «ma poi l’export è tornato a espandersi», sottolinea l’economista. «Gli Usa sono un alleato strategico, ma solo il 2% della produzione europea va negli Stati Uniti. Quindi, un dazio del 15-18% incide sul pil nell’ordine dello 0,3% il primo anno e dello 0,9% nel tempo. Ci sono stime diverse, ma nessuna sufficiente a causare una forte recessione».
Infine, che cosa aspettarsi dai mercati azionari? Da gennaio l’S&P 500 ha guadagnato circa il 15% e anche gli altri listini principali, in Europa e negli Usa, hanno corso molto. Il Ftse Mib è cresciuto di oltre il 25%. Secondo Bob Homan, head of Ing Investments Office, le borse hanno spazio per avanzare ancora, ma forse non a questi ritmi. «Per le azioni ci aspettiamo un rendimento intorno al 6%, quindi sotto la media storica dell’8-9%. Le nostre previsioni sono un po’ al di sotto del consenso, che è più ottimista», sostiene Homan. «Negli Usa i mercati sono stati trainati dalla crescita degli utili, molto robusta. Gli analisti ora si aspettano un incremento del 14% degli utili globali nel 2026, ma a nostro avviso è troppo. Con un’economia stabile e una crescita mondiale intorno al 3%, pensiamo che la crescita degli utili possa essere intorno al 10%». Dunque il 2026, conclude l’esperto, «sarà un buon anno, anche se non un anno eccellente». (riproduzione riservata)