L’Europa sempre a caccia di risorse rispolvera la tassa sui super ricchi. Un’idea sempreverde e molto cara a sinistra, che torna alla ribalta quando le casse statali o comunitarie piangono. Ogni volta c’è da superare l’opposizione dei partiti di destra e così il dibattito si conclude in un nulla di fatto. Ma questa volta il contesto politico è diverso perché i governi e i partiti europei sono alle prese con un’emergenza mai vista.
L’Europa è minacciata dalla Russia ed è orfana (almeno sembra) degli Usa per la difesa. L’industria è in affanno per il caro energia, a cui si aggiungono la concorrenza cinese e il peso della transizione elettrica nel caso dell’auto. Due delle tante crisi che hanno costretto la Commissione a cambiare faccia e a cercare consensi anche su forme di finanziamento finora tabù, come il debito comune.
Anche la tassa ha mutato pelle per adattarsi a un mondo dominato dai mercati. L’imposta presentata l’anno scorso al G20 in Brasile da Gabriel Zucman, direttore dell’Eu Tax Observatory, è pensata proprio per il patrimonio finanziario, concentrato nelle azioni. «I dati indicano che circa la metà della ricchezza dei miliardari globali è detenuta in titoli di società quotate», si legge nel report dell’economista francese, che ha proposto una tassa da non considerare «come una patrimoniale, ma come uno strumento per rafforzare l’imposta sul reddito».
Il target quindi sono i ricchi, delimitazione che ha dato quell’impronta sociale cara a Pasquale Tridico (M5S). Il presidente della commissione per le Questioni Fiscali del Parlamento Europeo ha messo l’idea di Zucman al centro dell’Eu Symposium Tax del 18 marzo e anche a Bruxelles l’economista francese ha proposto di colpire solo chi ha un patrimonio superiore ai 100 milioni.
Un club esclusivo che in Europa conta 537 individui (71 sono in Italia) per una ricchezza complessiva di 2.410 miliardi di euro. Ai milionari andrebbe fatta pagare un’imposta minima del 2%, che ogni anno garantirebbe ben 67 miliardi. Con un’aliquota del 3% si salirebbe a 121 miliardi, quasi quanto i 150 miliardi di prestiti che la Commissione ha promesso agli Stati per rafforzare la difesa.
C’è poi un altro aspetto altrettanto importante: quello sociale. «È una questione di equità. I super ricchi non si accorgerebbero nemmeno della tassa, mentre l’Europa troverebbe le risorse indispensabili per l’industria o per scuola e sanità», dichiara Tridico.
Né si tratterebbe di un aggravio per i milionari che già pagano almeno il 2% sulla propria ricchezza perché l’imposta riguarda solo chi versa meno, altro motivo che sconsiglia il paragone con la patrimoniale. Quest’ultima «si aggiunge a qualsiasi imposta sul reddito individuale pagata», si legge nel report. «Mentre questa proposta serve a compensare il fallimento dell’imposta sul reddito».
Zucman è convinto che i moderni sistemi fiscali non colpiscano in modo efficace chi ha un patrimonio elevato, a cui vengono applicate tasse minori di quelle degli altri ceti. Il divario è ampio soprattutto nell’Ue, dove l’aliquota effettiva dei miliardari è ferma allo 0,2% della ricchezza secondo l’Eu Tax Observatory.
L’imposta del francese è allora «il modo migliore per raggiungere l’obiettivo» e «affrontare tutte le potenziali forme di elusione». Oltre a essere un fattore di giustizia sociale. «Per chi ha una ricchezza tra 100 milioni e 1 miliardo di dollari, una tassa minima del 2% aumenterebbe le aliquote fiscali effettive da meno del 28% al 34%, cancellando una grande frazione della caduta della progressività».
La Commissione però fa orecchie da mercante. Il timore di Bruxelles è che una tassa simile faccia allontanare i capitali dall’Ue e per questo motivo il commissario Wopke Hoekstra sembra preferire la lotta all’elusione (quella sull’Iva si aggira sui 27 miliardi) per recuperare risorse. L’Ue sa bene che i ricchi sono sempre alla ricerca di trattamenti di favore: dal 2020 ad aprile 2024, nel mondo, un miliardario su 15 ha cambiato residenza per un totale di 176 su 2.682 (fonte Ubs Billionaire Ambitions Report).
I gestori patrimoniali consultati pensano quindi che l’imposta di Zucman possa funzionare solo in un mondo chiuso, non in uno globalizzato come quello dei capitali. I vantaggi fiscali da soli bastano ad attirare la ricchezza verso i Paesi che li offrono, a maggior ragione se si riducono i rendimenti con le imposte. I gestori citano proprio il caso dell’Italia, che con la flat tax sui redditi prodotti all’estero ha convinto in molti a trasferire la residenza.
Senza contare che un’imposta come quella di Zucman può spaventare anche chi ha un patrimonio inferiore ai 100 milioni, spingendolo a scappare dall’Europa. E non è detto poi che i milionari abbiano la liquidità per pagare: alcuni sarebbero costretti a vendere azioni o titoli di Stato, provocando cali di borsa e innalzamenti dei rendimenti dei bond sovrani.
Per i gestori, allora, conviene puntare sull’unione dei risparmi e degli investimenti per attirare i capitali necessari alla competitività europea. O meglio ancora andrebbero contrastati i paradisi fiscali interni all’Ue, come quelli in Irlanda e Lussemburgo, perché multinazionali come Apple non abbandonerebbero mai il Vecchio Continente se costrette a versare più tasse. A differenza delle persone fisiche.
Zucman la pensa diversamente sulla fuga dei milionari. «I ricchi guardano più alle infrastrutture, all’accesso al mercato dei capitali o alla certezza delle regole», spiega l’economista all’Eu Symposium Tax. «Le imposte sono una delle ultime preoccupazioni». Nemmeno la liquidità è un problema perché, è scritto nel report, la tassa minima del 2% «è significativamente inferiore al rendimento del capitale: negli ultimi quattro decenni, al netto dell’inflazione, i patrimoni netti ultra-elevati hanno goduto in media di rendimenti sopra il 7% annuo».
Due posizioni opposte, che presto si scontreranno a Strasburgo. «A breve presenteremo una proposta di risoluzione per trasformare l’idea di Zucman in un’imposta europea», dichiara Tridico. I tempi potrebbero essere maturi, forse non per la tassa nella versione originaria, ma per una formula ammorbidita frutto di un compromesso. (riproduzione riservata)