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Fenilchetonuria: arriva la terapia enzimatica sostitutiva
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Fenilchetonuria: arriva la terapia enzimatica sostitutiva

di Maria Rita Montebelli
07 dicembre 2022, 12:37 Ultimo aggiornamento: 12:39

Tra le malattie rare questa è la malattia metabolica più diffusa. Presentata la prima indagine che fa luce sui bisogni dei pazienti: solo il 20 per cento dei pazienti adulti riesce a seguire la rigida dieta prescritta a basso contenuto proteico

Vivere tutta la vita seguendo una dieta a controllato, anzi a strettissimo apporto proteico. Che poi significa non potersi avvicinare alla carne, al pesce, alle uova e nutrirsi come se si fosse vegani e insieme celiaci. È stata questa da sempre l’unica possibilità di controllare le complicanze della fenilchetonuria, una malattia rara che in Italia interessa circa 4 mila persone. Ma le cose oggi, grazie alla ricerca farmacologica, stanno cambiando. Da poco è disponibile, infatti, per la fenilchetonuria una terapia enzimatica sostitutiva che permette ai pazienti di vivere una vita normale da un punto di vista alimentare e sociale, senza incorrere nelle gravi complicanze neurologiche che un accumulo di fenilalanina può comportare.

La fenilchetonuria è infatti una malattia metabolica ereditaria rara causata da alterazioni del gene della fenilalanina idrossilasi (PAH), che codifica per l’enzima necessario a catabolizzare questo aminoacido. Non essendoci l’enzima necessario per ‘digerire’ la fenilalanina, questo aminoacido, che tutti assumiamo ogni giorno con la dieta dagli alimenti contenenti proteine o aspartame, si accumula nell’organismo e questo può portare a gravi problemi neurologici: ritardo neuro-cognitivo grave, disturbi motori (tremore e incoordinazione), disturbi del comportamento e dell’umore (iperattività, aggressività). La malattia è presente dalla nascita e i primi mesi di vita sono cruciali per un corretto sviluppo neurologico. Per questo, la fenilchetonuria, prima dell’avvento dello screening neonatologico (obbligatorio in Italia dal 1992) rappresentava un problema serio per i bambini che ne erano affetti perché anche il latte può essere ‘tossico’ per lo sviluppo neurologico. Oggi per fortuna non è più così e i neonati con PKU, prontamente individuati, vengono messi a questa dieta speciale, caratterizzata da tante privazioni e da integrazioni (integratori vitaminici e di micronutrienti, miscele di aminoacidi, alimenti a fini medici speciali per sostituire pane e pasta) per non incorrere in una serie di carenze.

“Attualmente la terapia primaria per questa malattia rara la dottoressa Valentina Rovelli, Clinica Pediatrica AO San Paolo, ASST Santi Paolo e Carlo Università di Milano – consiste in un rigido regime alimentare ipoproteico, associato all’integrazione di aminoacidi sintetici e vitamine, che comporta un forte impatto sulla qualità di vita dei pazienti. La necessità di mantenere gli interventi di trattamento sul lungo periodo rappresenta uno dei principali motivi per cui i pazienti spesso riducono la propria aderenza nel tempo, stanchi di dover limitare le proprie scelte alimentari con conseguente impatto psicologico e sociale rilevante”.

La vita sociale e di relazione di questi bambini e degli adulti può dunque essere fortemente penalizzata e restare fedeli a questa super-dieta non è sempre facile, nonostante un adeguato supporto psicologico, che deve sempre accompagnare questi pazienti e le loro famiglie. “Non vanno giudicati se cedono alla tentazione di assaggiare un cibo ‘proibito’ o se saltano le visite di controllo al centro malattie rare – afferma la dottoressa Chiara Cazzorla, psicologa e psicoterapeuta della UOC Malattie Metabolico-ereditarie, Centro Regionale Screening Neonatale Metabolico Allargato, A.O. di Padova – La vita dei bambini è relativamente facile, finché non si confrontano con i loro pari, vanno alle feste di compleanno o in gita. È qui che la loro malattia diventa ‘visibile’ e loro ‘diversi’ agli occhi degli altri e questo può renderli vittima di stigma; nell’adolescenza poi assistiamo spesso ad una grave caduta dell’aderenza alla dieta, ma anche tra gli adulti, ‘stanchi’ di tanti anni di dieta così penalizzante”. È un disagio che va accolto e non ‘giudicato’. “Con i bambini bisogna essere autentici, vanno coinvolti e va spiegato loro con semplicità e chiarezza come funziona la malattia, come fare i controlli (come quello spot da sangue capillare) e come gestire la dieta”.

Ad oggi non c’è una cura definitiva per questa condizione ma oltre alla dieta, è da poco a disposizione dei pazienti un farmaco in grado di vicariare l’enzima mancante; questo consente ai pazienti che seguono queste terapie un regime alimentare meno restrittivo e penalizzante e soprattutto di prevenire i danni che l’accumulo di fenilalanina può provocare a livello cognitivo e neurologico. “Il nuovo farmaco – ricorda la dottoressa Rovelli – è indicato per i pazienti over 16 con livelli di fenilalanina nel sangue fuori target (> 600 mcmoli/litro). La somministrazione del farmaco è sottocutanea e la posologia viene personalizzata dal medico secondo le esigenze del singolo paziente. Sono inoltre molto avanzate anche le ricerche per una terapia genica per questa condizione, che potrebbe rappresentare la cura definitiva per questi pazienti”.

L’arrivo del nuovo farmaco è una notizia accolta con entusiasmo da pazienti e care giver che in un questionario commissionato a IXE da BioMarin hanno espresso una forte attesa per terapie in grado di alleggerire il peso di questa condizione; ma anche il bisogno di un supporto psicologico, di maggiori informazioni sulla PKU (in età avanzata e in gravidanza, su PKU e viaggi, attività sportiva e dietoterapia) e di una semplificazione delle pratiche burocratiche. Un’ottima fonte di informazioni sulla vita con la PKU è il portale pku.it. “La ricerca sulla PKU ha consentito negli ultimi anni di trovare soluzioni che consentono ai pazienti di vivere una vita libera dalla malattia - sottolinea Maria Tommasi, direttore medico di BioMarin Italia, società biotecnologica che sviluppa prodotti per pazienti affetti da malattie severe rare e genetiche molto rare. Poter consentire ai pazienti di mangiare per la prima volta cibi naturali anche semplici, finora proibiti dal regime dietetico ristretto, è un passo importante per migliorarne la qualità di vita”.



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