La Federal Reserve ha rispettato le attese del mercato. Ieri sera, in occasione del Fomc (Federal Open Market Committe), il presidente della Banca centrale Usa, Jerome Powell, ha confermato i livelli dei tassi di interesse negli Stati Uniti, con i Fed Funds che restano nel range del 5,25-5,5%. Fin qui tutto come da previsioni, ma l’attenzione degli investitori si sposta già ai prossimi mesi, per capire cosa accadrà in occasione del meeting della Fed a novembre. E, come sempre in questi casi, giocano un ruolo centrale le attese sullo scenario macro.
A questo proposito la Fed ha pubblicato le sue previsioni aggiornate, da cui è emersa una nota positiva, perché le nuove stime mostrano una decisa revisione al rialzo del pil a stelle e strisce quest’anno e nel prossimo. In dettaglio, l’aumento del prodotto interno lordo è indicato al 2,1%, più del doppio dell’incremento dell’1% prospettato lo scorso giugno. La previsione di crescita per il 2024 è stata invece migliorata dall’1,1% all’1,5%, mentre quella per il 2025 stata confermata all’1,8%.
Ma a essere corretta all’insù è anche la previsioni sull’inflazione, varabile chiave, soprattutto nella versione core, da cui dipendono le decisioni di politica monetaria negli Stati Uniti, e non solo, per capire fino a che punto poter utilizzare la leva dei tassi per far raffreddare i prezzi, senza mandare l’economia in recessione. Proprio guardando all’indice dei prezzi, il dato per il 2023 è stato alzato di un decimale di punto al 3,3%, mentre la stima per il prossimo anno è stata confermata al 2,5% e quella per il 2025 è stata incrementa al 2,2%.
In vista di un’inflazione in potenziale crescita, e ancora lontana dall’obiettivo del 2%, non stupisce che, nel comunicato diffuso al termine del Fomc, l’istituzione abbia ribadito una formula che lascia aperta la porta a possibili ulteriori rialzi dei tassi, facendo però intendere che la decisione dipenderà dai dati congiunturali, senza dare niente per scontato e mettendosi in tal modo al riparo da eventuali critiche di eccessivo interventismo. La nota pubblicata dal Fomc spiega infatti che «nel determinare la portata di inasprimenti monetari addizionali che potrebbero essere appropriati per riportare l’inflazione al 2% nel corso del tempo, il Comitato terrà conto dell’inasprimento monetario già accumulato, del ritardo con cui la politica monetaria si ripercuote su attività economica e inflazione e degli sviluppi economici e finanziari».
Per fugare ogni dubbio, nella conferenza stampa successiva al Fomc, Powell ha precisato che la decisione della Fed di mantenere stabile il tasso dei Fed Fund non significa necessariamente che la Banca centrale sia arrivata al culmine del suo ciclo di aumento dei tassi, che finora ne ha contati dieci consecutivi. «Abbiamo deciso di mantenere questa politica e di attendere ulteriori dati» ha puntualizzato il numero uno della Federal Reserve.
«Abbiamo osservato progressi e ne siamo lieti, ma vogliamo vederne ulteriori prima di raggiungere quella conclusione», precisando che i funzionari della Fed vogliono constatare un continuo riequilibrio nel mercato del lavoro e ulteriori progressi sull’inflazione prima di potersi convincere che i prezzi sono stati domati. Ma la domanda fondamentale che si pongono adesso gli investitori è quando la curva dei rendimenti si normalizzerà. Come fa notare Christian Hantel, portfolio manager di Vontobel, «da tempo viviamo con una curva dei rendimenti invertita, situazione che non durerà per sempre». (riproduzione riservata)