Mercato ed esperti sono d’accordo: la Federal Reserve procederà a un ulteriore taglio dei tassi di interesse di 25 punti base nella riunione del 6-7 novembre. Così i tassi passerebbero dall’intervallo 4,75%-5% al nuovo range 4,50%-4,75%.
La decisione rifletterebbe «la diminuzione delle preoccupazioni sull'inflazione e l’aumento dei timori sul mercato del lavoro» si legge in un report a cura di Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia. L'inflazione di settembre al 2,4% suggerisce infatti che l’atteggiamento restrittivo della Fed è stato efficace.
Forse anche troppo, visto che l'economia nel mese di ottobre ha mostrato un dato molto debole nella creazione di posti di lavoro. Hanno pesato però fattori esogeni, mette in evidenza Gero Jung, chief economist di Mirabaud Asset Management, tra cui gli scioperi alla Boeing e gli uragani che hanno colpito soprattutto i settori del manifatturiero, del tempo libero e dell’ospitalità. Da notare che le buste paga del privato di ottobre hanno subito un notevole rallentamento: un calo di 28mila dollari il mese scorso, la prima riduzione dalla fine del 2020.
Con Trump alla Casa Bianca, il rischio più grande, scrive Laura Cooper, head of macro credit and global investment strategist di Nuveen, «è che la Fed sia costretta ad assumere un orientamento più falco a fronte di un impulso più forte alla crescita e, di conseguenza, il riprezzamento dei differenziali dei tassi a termine potrebbe rafforzare in maniera significativa il dollaro, con le altre principali banche centrali che invece continuano ad allentare la politica monetaria».
Nel breve periodo, cioè fino a fine 2024, non sono però attesi impatti dalla ri-elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, secondo il money manager di IG Italia.
Se poi però dall’insediamento di fine gennaio, il tycoon dovesse mantenere «le promesse fatte in campagna elettorale con una politica fiscale ultra-espansiva e una politica commerciale protezionistica con l’introduzione di nuovi dazi» verrebbero nuovamente alimentate le pressioni inflazionistiche, complicando il lavoro della Fed che potrebbero essere meno dovish rispetto a quello che prevede il mercato. Non possiamo inoltre escludere che Trump – come già successo durante la sua amministrazione 2017-20 – possa fare pressioni sulla Federal Reserve per avere tassi di interesse molto bassi» conclude Diodovich. (riproduzione riservata)