«Con tutto l’acciaio di cui abbiamo bisogno non basta l’Ilva, ce ne vogliono più d’una». Parola di Matteo Salvini. Il Ponte sullo Stretto di Messina dunque salverà l’acciaieria di Taranto. E il suo collega delle Imprese e made in Italy, Adolfo Urso, si spinge a promettere che sarà «il sito siderurgico più ambientale e più sostenibile d’Europa».
Nessuna preoccupazione, quindi, se non ci sono altri privati disposti a prendersi in carico l’impianto più grande, più inquinante e meno efficiente d’Europa. Tranne naturalmente quel gruppo americano che ha offerto, come ha rivelato qualche giorno fa MF-Milano Finanza, addirittura un euro: con l’impegno di mantenere la produzione al 40 per cento.
La soluzione l’ha data il ministro delle Infrastrutture nonché vice presidente del Consiglio, giusto qualche settimana fa: «Se non c’è una proposta seria da parte dell’acquirente privato, lo Stato si assuma la sua responsabilità e gestisca direttamente l’acciaieria». E per quanto possa sembrare assurdo, non è affatto escluso che andrà a finire così. Perché, costi quel che costi, si deve andare avanti. A dispetto di tutto.
Anche della salute di una intera città. Un video di nove minuti di Michele Riondino, appassionato attore tarantino autore del bel film «Palazzina Laf» sulle condizioni dei lavoratori dell’Ilva, che non si stanca di denunciare pubblicamente il dramma ambientale di Taranto, ha riacceso i riflettori su una vicenda che nessuno vuole risolvere sul serio. Nella quale la nostra politica dimostra ancora una volta tutta la propria incapacità di affrontare problemi complessi.
L’acciaieria più grande e inquinante d’Europa è stata costruita più di sessant’anni fa. Ma era un’epoca nella quale la sensibilità per l’ambiente e la salute era pressoché inesistente. Il tempo delle cattedrali nel deserto, quando si credeva che a risolvere il problema del lavoro nel Mezzogiorno ci dovesse pensare lo Stato con i grandi impianti industriali. Una fabbrica sbagliata nel posto sbagliato, per giunta in un contesto nel quale si aggiunse ben presto una grande raffineria e un enorme cementificio. Senza che intorno all’impianto nascesse uno straccio di indotto industriale per utilizzare in parte tutto quell’acciaio.
Poi l’Italsider di Taranto è sopravvissuta alla crisi della siderurgia europea degli anni ‘80 grazie al sacrificio di Bagnoli, e una generosa privatizzazione ha garantito sontuosi profitti per almeno tre lustri agli acquirenti. Finché il conto, astronomico, non è arrivato ai contribuenti.
Da allora, correva l’anno 2012, si sono alternati alla guida del Paese ben nove governi. Durante i quali sono stati spesi un sacco di soldi senza particolare costrutto. Ai contributi per mandare avanti l’impianto si devono sommare gli esborsi per la cassa integrazione, e la valanga di denari spesi per commissari, consulenti, legali.
Per non parlare dei costi sanitari. Il calcolo delle risorse pubbliche che lo Stato ha tirato fuori dal governo di Mario Monti a oggi è difficile da fare. Ma se quasi per gioco una tale massa di quattrini fosse stata investita nella famosa «decarbonizzazione», della quale si parla ininterrottamente ormai da una dozzina d’anni, la situazione ora sarebbe molto diversa.
Il bello è che la «decarbonizzazione» è sempre rimasta una chimera, buona solo per alimentare inutili discussioni e progetti mai entrati nella fase operativa. Ora il ministero ha partorito un piano nel quale si parla di una fase transitoria di 8 anni, almeno. Per poi passare, pensate, al gas. Ed è veramente arduo dare torto a chi, per esempio come Riondino, pensa a una beffa ulteriore.
Mentre sulla «decarbonizzazione» dell’ex Ilva scorrevano fiumi d’inchiostro, gli altri facevano i fatti. Tutto il mondo avanzato sta riconvertendo ormai da anni gli impianti siderurgici con le energie diverse dai combustibili fossili. In Svezia l’acciaieria di Boden produrrà 5 milioni di tonnellate d’acciaio l’anno, ossia ben oltre quello che l’ex Ilva di Taranto è in grado di fare, con i forni alimentati a idrogeno. Un progetto partito quattro anni fa.
Idem sta accadendo in Germania e Spagna. Il bello è che la «decarbonizzazione» parla anche, e in qualche caso soprattutto, italiano. Nell’impianto svedese a idrogeno c’è anche Marcegaglia. E la prima acciaieria al mondo certificata zero emissioni è già da tre anni del gruppo cremonese Arvedi, holding accreditata di 6 milioni di tonnellate l’anno: circa il doppio dell’ex Ilva.
Basterebbe questo per comprendere il fallimento clamoroso del quale governi nazionali e locali si siano a turno resi responsabili nel caso di Taranto. Una incredibile miscela di ottusità, incompetenze e superficialità che ha portato fino a questo punto, mentre a parole si sbandierava l’interesse nazionale. Con la motivazione che un Paese come l’Italia non può rinunciare all’acciaio. Come se non potessimo più fabbricare navi o carri armati. Per inciso, nel nostro Paese si producono ogni anno circa 21 milioni di tonnellate di acciaio, e ne esportiamo 14.
Il contributo dell’acciaieria più grande d’Europa, che si estende su ben 1.500 ettari, si aggira oggi intorno a un misero 15% della produzione italiana. Adesso dicono che bisogna andare avanti altri otto anni, e per arrivare semmai a produrre a Taranto con il gas. Ma fra otto anni la siderurgia mondiale sarà ormai su un altro pianeta. E chi crede che l’ex Ilva continuerà a esistere per il Ponte sullo Stretto si sbaglia di grosso. (riproduzione riservata)