«L’ex Ilva era in coma, tanto che parlare di rilancio sarebbe stato controproducente. L’obiettivo era far ripartire la macchina, ristabilire ordine gestionale e trovare un compratore, il più in fretta possibile». La racconta così, una persona informata sui fatti, a MF-Milano Finanza la situazione che Giancarlo Quaranta, Davide Tabarelli e Giovanni Fiori si trovarono davanti una volta entrati dentro Acciaierie d’Italia in veste di commissari straordinari.
Da allora è passato più di un anno, ma l’ex Ilva è ancora il grande malato d’Italia: sia in termini industriali, sia in termini ambientali. E lo resta nonostante il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, abbia promesso che Taranto sarà «il sito siderurgico più ambientale e più sostenibile d’Europa».
Per riuscirci il titolare di Via Veneto ha aggiornato il bando di gara per vendere il polo industriale ponendo come condizioni obbligatorie la tutela della salute, del lavoro e dell’ambiente. E martedì 12 agosto Urso è riuscito a mettere d’accordo tutti: raggiungendo l’intesa definitiva con la Regione Puglia e gli enti locali per decarbonizzare gli impianti. Un vademecum che sarà vincolante per il futuro proprietario. Anche se, al momento, pare non esserci nessuno disposto a sborsare denari per acquistare l’ex Ilva.
Eppure, la situazione poteva essere diversa. Perché di compratori ce n’erano: primi fra tutti gli ucraini di Metinvest. «Poi però è successo che ha prevalso l’ambizione di rilanciare Ilva mettendo a punto un piano industriale e uno di decarbonizzazione, puntando a vendere Acciaierie d’Italia per il suo elevato potenziale, come se fosse una startup. Ma l’obiettivo era vendere un gruppo che perde tanto, con impianti a fine vita, in un business caratterizzato da enormi sovracapacità produttive», spiega la fonte.
I numeri sono infatti più allarmanti di quelli circolati fin ora. Un anno fa l’ex Ilva perdeva circa 70-80 milioni di euro al mese su un fatturato di meno di 150 milioni. «C’era e c’è ancora oggi un chiaro problema di inefficienza che viene amplificato dai bassi volumi prodotti. Un quadro che delinea il paradosso di Taranto: più si lavora, più lo Stato ci va a perdere», afferma l’esperto interrogato da MF-Milano Finanza. Se si mettono in fila i vari finanziamenti, prestiti e quant’altro immessi dallo Stato in azienda si arriva a una cifra di 2 miliardi di euro, che sono stati bruciati in questi 17 mesi di commissariamento.
L’acciaieria più grande e inquinante d’Europa è stata costruita più di sessant’anni fa. Sessant’anni di previsioni discutibili. Nel nuovo piano, per esempio, si parla di una fase transitoria di almeno 8 anni che permetterà di passare dal carbone al gas. E intanto in Svezia già quest’anno l’acciaieria di Boden produrrà 5 milioni di tonnellate d’acciaio con forni alimentati a idrogeno.
La situazione dell’ex Ilva però resta grave. E per salvarla questa volta ci sarà bisogno di un player industriale serio. «Forse se invece di partire da un progetto di decarbonizzazione che costa oltre 13 miliardi si pensasse più pragmaticamente si scoprirebbe che di soldi ne basterebbero molti di meno. Forse un quarto dei preventivati», precisa ancora l’esperto. L’unico a poterlo verificare, però, è il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Sempre chiamato a far tornare i conti: si spera anche dell’ex Ilva. (riproduzione riservata)