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Ecco perché la crisi di Volkswagen è un campanello d’allarme per Bce e Ue
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Ecco perché la crisi di Volkswagen è un campanello d’allarme per Bce e Ue

29 ottobre 2024, 21:10 Ultimo aggiornamento: 21:16

La crisi del colosso automotive mette in discussione le politiche europee. Le aziende iniziano a tagliare posti e stipendi. Sempre minori i rischi di inflazione nel medio termine. Aumentano invece quelli sulla crescita. La domanda interna resta debole. L’errore di puntare tutto sull’export

La crisi di Volkswagen suona come un campanello d’allarme per Bce ed Europa. La casa automobilistica tedesca vuole chiudere tre stabilimenti in Germania e tagliare gli stipendi del 10% a causa della bassa domanda interna e della perdite di quote di mercato nel mercato cinese. Audi (gruppo Vw) ha annunciato tagli per 2.500 posti e ieri la chiusura della fabbrica di auto elettriche a Bruxelles. È un caso significativo perché si tratta della prima azienda del primo Paese dell’Eurozona. Quali sono i segnali per l’intera area? Per quanto riguarda la Bce, appaiono sempre più limitati i rischi di inflazione legati ai salari. Francoforte è stata a lungo cauta sui tagli dei tassi per i timori di nuovi aumenti del carovita legati al rialzo degli stipendi.

Nel caso di Volkswagen i sindacati hanno chiesto incrementi del 7%. Ma la risposta dell’azienda è stata quella di un taglio del 10%. I lavoratori chiedono aumenti dei salari per recuperare potere d’acquisto dopo anni di alta inflazione. Questo obiettivo si scontra però con la domanda debole e con la necessità di ridurre costi per competere con i concorrenti esteri. È vero che il mercato automobilistico soffre anche per ragioni specifiche. Ma tutta la Germania sarà probabilmente in recessione nel 2024 (-0,1% secondo i principali istituti di ricerca tedeschi). La manifattura è ovunque in forte difficoltà. L’Eurozona quest’anno avrà una crescita molto vicina allo zero. La domanda interna è debole in tutti i maggiori Paesi.

Aumentano i rischi di inflazione sotto il 2%

Le stime Bce sull’aumento dei salari potrebbero così essere deluse, con maggiori rischi di un’inflazione sotto il 2%. Già a settembre il carovita nell’Eurozona si è fermato all’1,7%. A ottobre è atteso un rialzo temporaneo a causa dei prezzi dell’energia. Il target Bce del 2% potrebbe però essere raggiunto in modo duraturo già dal primo trimestre 2025, in anticipo rispetto alle proiezioni di Francoforte. La presidente Christine Lagarde ha corretto in parte il tiro dopo la riunione del 17 ottobre, in attesa delle previsioni di dicembre. Il rischio però è che, a causa della debolezza dell’economia (ferma da fine 2022), le aziende inizino non solo a bloccare i salari, ma anche a ridurre posti. Dopo la pandemia le imprese hanno preferito trattenere i lavoratori (il cosiddetto labour hoarding), ma alla lunga potrebbero licenziare in assenza di una domanda sufficiente per i prodotti. La disinflazione sarebbe così superiore alle attese Bce.

Segnali negativi sulla crescita

I segnali sulla crescita intanto sono negativi. Il recupero dei consumi auspicato dalla Bce non si è ancora visto. Al contrario le famiglie risparmiano di più. Inoltre le imprese investono meno, soprattutto a causa di una maggiore incertezza e di una minore fiducia. La politica monetaria continuerà a essere restrittiva per buona parte dell’anno prossimo.

Senza crescita, non c’è spazio per aumenti dei salari tali da spingere l’inflazione. I rischi principali per l’Eurozona sembrano arrivare dal pil, non dai prezzi. La Bce, dopo essersi focalizzata a lungo sul carovita, ha mostrato un diverso orientamento a ottobre, più attento alla crescita. L’entità e la rapidità dei tagli dei tassi restano comunque da definire. La maggioranza degli economisti prevede una riduzione dello 0,25% a dicembre. Capital Economics ha invece indicato un doppio taglio dello 0,5% a dicembre e gennaio, per poi arrivare all’1,5% a giugno.

Il ruolo dei governi e dell’Ue

La vicenda Volkswagen tuttavia chiama in causa anche le politiche europee. I Paesi Ue (in primis la Germania) hanno puntato sulle esportazioni, invece che sul mercato interno. Ma quando cade il sostegno dell’export, a causa di fattori industriali, economici o geopolitici, la manifattura europea si trova in forte difficoltà. I produttori automotive esteri pesano ora per il 37% del mercato in Cina, rispetto al 64% del 2020. La strada dei dazi non è priva di conseguenze negative. In Europa occorre perciò aumentare domanda interna e investimenti (in particolare su digitale, AI, tecnologie verdi), rafforzando il mercato unico. Le proposte non mancano, come quelle indicate nei rapporti Draghi e Letta. Ma non è ancora chiaro se la Germania (dove c’è il freno del debito) e l’Ue cambieranno un modello di business ormai superato. (riproduzione riservata)



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