Ecco chi è Yinka Ilori il designer che al Salone di Milano dà forma all’ottimismo solare di Veuve Clicquot
Intervista a Yinka Ilori, l’architetto della gioia che ha firmato per la maison di Champagne l’installazione Chasing the Sun nel distretto di Brera è una delle più amate al Fuorisalone 2026
Tra le installazioni del Fuorisalone più frequentate ogni anno a Milano c’è quella allestita da Veuve Clicquot complice anche il Clicquot Cafè pensato come spazio per prendersi una sosta effervescente e gratificante durante le frenetiche giornate del Salone. Quest’anno poi l’installazione Chasing the Sun della maison de Champagne ha restituito alla città uno degli spazi più suggestivi del distretto di Brera: la Mediateca di Santa Teresa, di fronte alla caserma dei Carabinieri, in via della Moscova, che è stata affidata a Yinka Ilori.
Conosciuto come l’architetto della gioia, Yinka Ilori è un poliedrico artista britannico noto per l’energico e solare uso del colore. Un linguaggio cromatico che attinge dalla tradizione nigeriana ed esprime in tutti i campi: architettura, grafica, scultura, moda. Il tutto si traduce in tinte brillanti e progetti di design mirati a un pubblico globale. Il candidato perfetto per dare forma all’impronta solare di Veuve Clicquot, la maison di Champagne fondata due secoli fa dall’audace e positiva Madame Clicquot, rappresentata dal colore giallo, identificativo ormai della maison.
Presentato in anteprima alla Design Week di Milano, il progetto Chasing the Sun include una collezione di oggetti in serie limitata: dal coffret Arrow decorato con pattern caledoscopici ai Sun Totem a forma di zucca in morbido tessuto elastico pensati per proteggere e tenere in fresco Yellow Label e Rosé, a stopper e portachiavi col motivo stilizzato del sole, i cui raggi sono mani aperte. Ma il cuore del progetto è l’installazione site specific pensata proprio il luogo. Parte di un complesso conventuale del ‘600, che un tempo si estendeva fino al Tumbun di San Marco, la Mediateca è ancora oggi separata dalla strada da un piccolo cortile che accoglie i visitatori prima di entrare nell’ex chiesa a croce greca.

Qui seduti su comodi divanetti circondati da totem solari sorretti da mani alate, si ammira un grosso globo arancione sospeso sotto l’alta calotta guidati dalla voce calda e profonda del designer che spiega il suo progetto di «un posto dove puoi condividere ciò che ami e ciò che sei», uno spazio di libertà e di gioco. Più tardi nell’assolato giardino del Clicquot Café a Gentleman Yinka Ilori ha continuato a parlare di come il suo senso di comunità sia fondato a partire dal colore e dal gioco, e da questo è poi nata la fondazione che porta il suo nome, Yinka Ilori Foundation, che progetta e realizza spazi gioco per bambini in tutte le parti del mondo, a cominciare dalla Nigeria, naturalmente. Perché il design può cambiare il mondo un playground alla volta.

Gentleman. Il colore è il suo linguaggio, si esprime attraverso le cromie, come le sceglie a seconda del progetto?
Yinka Ilori. Sono nato a Londra da genitori nigeriani, quindi sono il frutto di due culture due mondi molto diversi la parte britannica, riservata e misurata. E dall’altra quell’energia colorata ed esagerata in cui sono cresciuto. In Nigeria amiamo celebrare la vita, non a caso, siamo tra i più grandi consumatoti di champagne di tutto il continente africano.

G. Non ne avevo idea.
Y.I. Nemmeno io l’ho scoperto lavorando con Veuve Clicquot. Ma ha senso perché in Nigeria amano celebrare e lo fanno alla grande vestendosi a festa per le occasioni. Tra le cose ereditate dai miei genitori, c’è di sicuro questo, erano molto esigenti riguardo a tessuti e vestiti, ed erano molto attenti a che cosa indossavamo, soprattutto mia madre, faceva parte del nostro linguaggio.
G. Un linguaggio cromatico.
Y.I. Ha segnato la mia vita: dovevamo presentarci puliti e ordinati, vestiti in maniera curata e colorata. Lei quando era di buonuomore vestiva di rosa e lilla. Ma in generale il colore è legato a bei ricordi. Il giallo acceso è uno dei miei colori preferiti, i miei genitori lo adoravano quando ero bambino a Londra. Perché era il loro modo di festeggiare e di godersi la vita. Si sono trasferiti a Londra negli anni 80, sono passati da un paese in cui faceva caldo 24 ore su 24, 7 giorni su 7, a uno grigio e piovoso. Così vestirsi a festa e colorati era il loro modo di preservare la gioia di vivere, il loro modo di essere e il loro senso di comunità.

G. Per Veuve Clicquot ha realizzato oltre all’installazione con i mega totem, una serie limitata di oggetti, dagli stopper ai portachiavi, la scala, le dimensioni del progetto influenzano il suo lavoro?
Y.I. Assolutamente sì, non si tratta semplicemente di prendere un'idea e realizzarla in scala diversa, ma anche di pensare a come sarà. Penso che la parte difficile sia quando pensi al pubblico e all'esperienza che avranno del tuo progetto, come ci si muoveranno, se giocheranno, se rideranno... Questa è la cosa più importante per me, l’effetto, l’impronta che lasci nel visitatore e nella sua vita. È la mia missione far sì che lo spettatore sento proprio il mio progetto, lo viva e gli dia gioia.

G. Parlare di gioia di questi tempi suona piuttosto rivoluzionario. Che cosa la rende ottimista?
Y.I. Parlare di gioia nel presente non significa che sto ignorando tutto il mondo e il contesto il cui viviamo. Anzi. Sa, la nostra non era una famiglia ricca, ma quello che avevamo, bastava, ed eravamo felici, parte di una comunità. Penso che il mio lavoro sia una risposta diretta alla politica, alla divisione, alla guerra. Penso davvero che il lavoro possa essere una fonte di gioia per le persone per chi sta attraversando momenti bui e questo è il motivo per cui quello che faccio vada contro l’isolamento e nella direzione della speranza, dell’unione di una comunità che si sostenga.

G. Il design può contribuire a cambiare il mondo un progetto alla volta?
Y.I. Il design puòdavvero portare un cambiamento con quest’idea è nata la mia fondazione che si occupa di progettare e realizzare negli spazi pubblici dei parchi gioco per bambini accessibili in tutto il mondo, in luoghi dove c'è bisogno di spazi per giocare.
G. Che cosa rende lei felice? Nella sua installazione il suono, la musica ha un ruolo importante lo è anche nella sua vita?
Y.I. Ha un ruolo importante fin da quando mi sveglio la mattina. La musica ha quell’effetto la metti su e ti cambia l’umore e ti rende felice. Era lo stesso quando ero piccolo a casa c’era sempre tanta musica, rigorosamente vinili, di musica nigeriana canzoni gioiose, di affermazione e protesta a volte. Da piccolo non mi piacevano molto, ma ora sì.

G. Crescendo i gusti cambiano...
Y.I. Vale per tutti, come per la Guinness che da giovane odiavo e invece ora mi piace berne una ogni tanto e anche come lo Champagne per un tempo non mi piaceva e ora ho imparato ad apprezzare anche lavorando con Veuve Clicquot. Ora è lo stesso con la musica e persino con i rumori della Nigeria, c’è un traffico e un rumore incredibile di macchine, un caos infernale, un tempo mi irritavo ora quel frastuono di gente lo trovo affascinante, una fonte di ispirazione. Mi piace stare in mezzo alla gente è in assoluto la cosa che mi fa stare meglio. Oltre a stare in spiaggia a piedi nudi nella sabbia. È quello che mi dà un vero senso di libertà. (Riproduzione riservata)
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