Dom Pérignon, deludono i rosé
L’ondata del ribasso ha portato a una perdita di valore media del 6,37% alle aste. In evidenza la Limited Edition millesimo 2003
Per produrre la versione rosé del Dom Pérignon, la Moët & Chandon non ha aspettato che i vini di questo colore diventassero di moda, cosicché, presenti da decenni sul mercato, i Dom Pérignon rosé si sono conquistati un posto a sé alle aste. Ed è un posto di rilievo, perché i prezzi massimi che spuntano sono perfettamente in linea con quelli ottenuti dalla versione normale quando questi non sono gonfiati dalla speculazione, anzi nel 45% dei casi sono leggermente superiori. L’ondata del ribasso li ha colpiti però in misura maggiore, con un meno 6,37% invece che con un meno 3,18%.
I rosé, come si vede in tabella, possono essere di tre tipologie a seconda di quanto hanno sostato sui lieviti in bottiglia: oltre alla versione base (sette anni), l’Oenoteque (dieci anni) e la P2 (15 anni). Manca all’appello la terza fase della Plénitude, la P3, evidentemente perché nella cantina della maison non ci sono ancora bottiglie che abbiano trascorso 30 anni sui lieviti. Non passa inosservata, nella tabella, la Limited Edition di Dom Pérignon rosé con il millesimo 2003. Si fa notare perché è l’unica, dedicata a un personaggio, che sia riuscita a ottenere il prezzo massimo della sua annata. Il personaggio in questione è una designer, l’olandese Iris van Herpen, che ha vestito la sua bottiglia denominandola Metamorphosis per illustrare l'importanza del tempo nella creazione del Dom Pérignon: rapidità per cogliere i migliori grappoli nel loro momento di assoluta perfezione, e lunghi anni di paziente attesa durante la maturazione attiva del vino. (riproduzione riservata)
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