
Sono circa 600 mila persone a soffrire di Alzheimer in Italia, complessivamente un milione e 100 mila quelle con demenza. Numeri richiamati il 21 settembre - in occasione della Giornata Mondiale di questa malattia - destinati a salire a causa dell’invecchiamento della popolazione, che rendono indispensabile puntare su prevenzione e diagnosi precoce. Un passo avanti in questa direzione è stato compiuto di recente grazie a uno studio condotto dai ricercatori dell’Istituto superiore di sanità (Iss), dell’Irccs San Raffaele di Roma e del Cnr che hanno scoperto un nuovo meccanismo molecolare alla base della perdita della memoria e delle capacità cognitive. Al centro dell’indagine, pubblicata su EMBO Reports, una proteina che ha il ruolo di riparare i danni al Dna provocati da stress e stimoli vari all’interno dei neuroni. Si tratta dell’enzima DNA-Pkcs, una proteina chinasi che i ricercatori hanno dimostrato essere localizzata nelle sinapsi. Gli autori dello studio hanno scoperto che DNA-Pkcs, attraverso il processo della fosforilazione, modifica la proteina PSD-95, responsabile dell’organizzazione delle sinapsi, della loro struttura e quindi della trasmissione dei segnali fra i neuroni.
«La modificazione di PSD-95 da parte della DNA-Pkcs rende PSD-95 stabile all’interno delle sinapsi e non suscettibile di degradazione, come avviene per esempio nell’Alzheimer», spiega la dottoressa Daniela Merlo, coordinatrice dello studio, dirigente di ricerca del dipartimento di neuroscienze e direttrice della struttura interdipartimentale sulle demenze dell’Iss. Lo stesso gruppo di ricerca, già nel 2016, aveva scoperto che l’attività dell’enzima DNA-Pkcs viene inibita dalla beta-amiloide, la proteina che si accumula nel cervello dei malati di Alzheimer. La mancata riparazione dei danni al Dna che ne deriva è quindi implicata nella morte dei neuroni osservata nell’Alzheimer e in altre malattie neurodegenerative. Ne consegue che l’indagine chiarisce come la ridotta attività enzimatica di DNA-Pkcs, mediata dall’accumulo di beta-amiloide, provochi la riduzione dei livelli di PSD-95 nelle sinapsi e la loro disfunzione, aspetto che è alla base della perdita di memoria.
Questa conoscenza apre il campo a interessanti prospettive. La mancata fosforilazione di PSD-95 nelle patologie neurodegenerative caratterizzate da deficit cognitivo potrebbe infatti rappresentare un nuovo biomarcatore per la diagnosi precoce. «Questo studio ha identificato nuove vie cellulari che possono essere modulate farmacologicamente, e quindi strategie terapeutiche mirate a regolare l’attività della DNA-Pkcs e l’integrità di PDS-95 potrebbero avere un importante impatto terapeutico sulla perdita delle sinapsi e sui deficit cognitivi in diverse malattie neurologiche», aggiunge il professor Enrico Garaci, presidente del Comitato tecnico scientifico dell’Irccs San Raffaele di Roma. (riproduzione riservata)