«Quello di von der Leyen è un primo passo significativo verso la difesa comune. Il progetto colma un gap evidente con un piano di razionalizzazione della spesa e con i primi e concreti impegni condivisi, rintracciabili nel debito comune e nel coordinamento dei fondi da parte della Commissione».
Pina Picierno è tra i dieci eurodeputati del Pd che ieri hanno votato a favore di ReArm Europe (11 si sono astenuti). La vicepresidente del Parlamento Ue preferisce guardare agli aspetti positivi del piano, anche se è convinta che sia migliorabile. «Un esercito comune non si fa in un mese, però è la strada obbligata per l’indipendenza strategica e diplomatica».
Domanda. Gli 800 miliardi del piano basteranno?
Risposta. No, visti gli squilibri esistenti. Le decisioni assunte puntano a dare nuovo impulso al sistema industriale europeo e non implicano un’economia di guerra. Ma dobbiamo avere ben presente che senza una difesa efficiente non c’è deterrenza efficace.
D. Il piano rilancia il debito comune con 150 miliardi. Si può fare di più?
R. Certo. Ma chi segue le discussioni in Europa sa quanto l’argomento sia delicato e impantanato nelle sabbie mobili a causa degli egoismi nazionali. Non dubito che questo sia il massimo risultato ottenibile dai negoziati europei e si tratta comunque di una cifra non trascurabile.
Tuttavia bisogna lavorare per far diventare il debito comune una norma generale per tutte le voci di spesa. Sarà una discussione difficile, ma vedo spiragli. Quello che sta avvenendo a Berlino per la formazione del nuovo governo ne è uno: un conto è il rigore, che non va mai smarrito, un altro il rigorismo.
D. Teme impatti negativi dalla flessibilità sul Patto di Stabilità che garantirà gli altri 650 miliardi?
R. Ogni spesa impatta sui conti pubblici. Bisogna uscire da un equivoco, che il debito europeo riguarda gli altri, come fosse uno sgravio dalla responsabilità del singolo Stato. I meccanismi di flessibilità sul Patto vanno incentivati e il lavoro dell’ex commissario Gentiloni ci ha aiutato a ragionarne con più serenità.
Ma la questione va affrontata in questa legislatura in via definitiva per garantire competitività, welfare e sicurezza. Serviranno grandi risorse e non possiamo avanzare a colpi di strappi alle regole. Vanno riformate.
D. Giorgetti propone delle garanzie europee per stimolare i privati e non gravare sul debito.
R. Il ministro dell’Economia deve fare pace con il suo partito (Lega). Io sono orientativamente favorevole purché ci sia un coordinamento europeo. Non c’è dubbio che la difesa dell’Ue riguardi anche gli investimenti privati, ma questo stimolo va indirizzato alla costituzione di un mercato europeo che includa anche Gran Bretagna, Norvegia e i Paesi candidati all’allargamento.
Faccio mie le parole di Letta: bisogna integrare la nostra economia per avere maggiore autonomia strategica.
D. La Commissione punta a scavalcare il Parlamento. Condivide?
R. È un errore. La portata delle decisioni assunte meritava una partecipazione parlamentare più ampia, anche perché l’orientamento prevalente è stato in sintonia con la Commissione.
D. L’Italia potrebbe preferire Starlink di Musk ai francesi di Eutelsat. Sarebbe uno sbaglio?
R. Rischiamo di cadere in una grande contraddizione. In Europa cerchiamo di emanciparci da un’infrastruttura difensiva legata agli Usa mentre in Italia si dibatte se appaltare a un privato dalle idee volubili, ora funzionario di Trump, un settore strategico per la sicurezza nazionale.
Starlink è un prodotto di altissimo profilo e qualità, ma non basta per essere affidabile.
D. Come giudica il comportamento degli Usa sull’Ucraina?
R. Per troppo tempo abbiamo considerato l’ombrello americano un diritto inalienabile, che oggi però è messo in discussione da Trump. Vedremo quanto dureranno queste continue fibrillazioni a cui ci costringono gli autori della narrazione Maga.
Gli Usa sono un Paese complesso e plurale. Di questa incertezza possiamo dolercene quanto vogliamo, ma dobbiamo farci i conti. Con ReArm iniziamo a farlo. (riproduzione riservata)