Dietro AlUla e il Santo Sepolcro c’è un’eccellenza italiana del restauro che si può visitare
Polo d’eccellenza dietro interventi di fama internazionale come AlUla e la Basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme, il Centro Conservazione e Restauro «La Venaria Reale», festeggia 20 anni. E guarda al domani, come racconta il segretario generale Sara Abram
Che cosa hanno in comune il sito archeologico di AlUla con un abito di Capucci? Una mummia egizia con un’opera di Anselm Kiefer? Il Centro Conservazione e Restauro «La Venaria Reale», un polo d’eccellenza che occupa oltre 8mila mq all’interno della residenza sabauda. Fondato nel 2005, è un modello di sinergia tra pubblico e privato creata e sostenuta dal ministero della Cultura e altri enti pubblici in collaborazione con fondazioni bancarie come Compagnia di San Paolo e Crt, racconta Sara Abram, il segretario generale del Ccr, «Oggi è una realtà riconosciuta a livello internazionale, con lo sguardo rivolto al domani».
Gentleman. Il Ccr compie 20 anni, piani per il futuro?
Sara Abram. Rafforzare la nostra missione fondativa: coniugare restauro, ricerca scientifica e alta formazione in un sistema integrato, capace di rispondere alle esigenze di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, in Italia e all’estero. Tra gli obiettivi più immediati, poi, c’è quello di portare a termine l’Heritage Research, un’infrastruttura dedicata all’applicazione della ricerca scientifica e tecnologica al campo della conservazione e restauro dei beni culturali.
G. La bottega del restauratore si è trasformata in un laboratorio in cui si usano laser, Tac e AI. Si va in questa direzione?
S.A. Decisamente. La bottega fondata su competenze manuali e sensibilità artistica, che rimangono centrali, oggi s’integra con un’impalcatura scientifica sempre più solida e multidisciplinare. Ma al di là dell’aspetto tecnologico, è cambiato il paradigma: oggi non s’interviene solo per riparare, ma si lavora per prevenire. La nostra visione è un ecosistema più ampio, dove interagiscono scienziati, storici dell’arte, architetti, data analyst, comunicatori culturali.
G. Dall’affresco alle mummie restaurate di tutto, la collaborazione tra discipline diverse è la vostra cifra?
S.A. La varietà dei progetti che affrontiamo richiede una capacità di adattamento per una visione integrata. Per questo lavoriamo secondo una logica che mette in dialogo i saperi, costruendo per ogni intervento un’équipe che unisce competenze specialistiche diverse in base alle esigenze specifiche del progetto. Al Ccr il sapere tecnico s’innesta in una pensiero più ampio, capace di leggere il patrimonio culturale nei suoi aspetti narrativi, simbolici e sociali. Siamo verticali ma con continui rimandi orizzontali.
G. I progetti più curiosi su cui vi è capitato d’intervenire?
S.A. Le opere d’arte contemporanea per natura impongono approcci non convenzionali: materiali instabili, assemblaggi sperimentali, processi aperti, come alcune opere di Anselm Kiefer o La Campana di Luigi Mainolfi, che ci hanno costretto a ripensare strumenti, linguaggi e metodi in chiave interdisciplinare. O la Fiat 500 dell’artista Antonio Carena in collaborazione col Mauto, Museo Nazionale dell'Automobile di Torino, da qui ha preso avvio un percorso formativo dedicato al restauro delle auto.
G. I lavori all’estero hanno avuto tanta eco, Gerusalemme...
S.A. L’intervento sulla pavimentazione della Basilica del Santo Sepolcro è un punto di gravitazione universale, un luogo di profondo significato simbolico, spirituale e culturale. È un’esperienza che, oltre all’aspetto tecnico, richiede ascolto, rispetto e capacità diplomatica: un vero laboratorio umano e professionale. Ma ci sono altre cooperazioni internazionali in alcuni Paesi africani, pur lontani dai riflettori, sono fondamentali per sviluppare una nuova visione della conservazione: lontani da un’idea di esportazione di modelli, intendiamo invece favorire il dialogo culturale. Per noi rappresentano una direzione di lavoro sempre più centrale.
G. In équipe le donne sono tre volte gli uomini, come mai?
S.A. Non so se siano qualità femminili, ma di certo molte donne hanno doti importanti in questo mestiere, come l’attitudine alla cura, la perseveranza paziente verso il risultato, la capacità di anteporre il bene dell’opera.
G. Da dove viene la scelta di aprire al pubblico?
S.A. Il centro visitatori, Il Ristoro delle Arti, inaugurato a settembre grazie al sostegno del Pnrr, è parte integrante della nostra identità. Ogni intervento di restauro racconta una storia: l’opera, i materiali, le mani che la stanno curando, la società che ha deciso di conservarla. Farla conoscere può attrarre pubblici diversi e costruire un nuovo modo di vivere il patrimonio culturale. (Riproduzione riservata)
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