Dietro al cocktail ufficiale della Biennale di Venezia 2026 c’è un magnate australiano
Ecco chi c’è dietro Quattro Gatti Gin, primo sponsor di spirits dopo 60 edizioni dell’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia
Per la prima volta dopo 60 edizioni, l’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia ha tra i propri sponsor un brand di spirits. Si tratta di un gin ma, sorpresa, non è uno dei grandi marchi più noti. Si chiama Quattro Gatti, come si legge sui cartelloni all’ingresso dei Giardini e dell’Arsenale e, come si scopre nei bar delle due sedi, è un prodotto di nicchia premium realizzato in due etichette: Gin classico e l'Olive Grove Gin. La seconda è anche la protagonista del cocktail ufficiale della Biennale 2026, The Reflection, variante del Paloma, a base di gin, ibisco, lime e soda al pompelmo.

Star delle drink list inventate dal brand ambassador Mattia Cilia, The Reflection, è servito dal 9 maggio al 22 novembre nei due outlet della Biennale e all’Arts Bar del St.Regis dove l’anima artistica di Venezia risplende 365 giorni l’anno (con continuo alternarsi di opere ospitate negli spazi comuni) e dove i fondatori del brand sono di casa (non veneziani sono gold member dello yacht club della città).
Realizzato in Umbria, Quattro Gatti è stato presentato in primavera al The Wilde, membership’ club milanese tra i più intimi e riusciti tra quelli nati in città, nascosto nel verde di via dei Giardini a Brera in quella che era la residenza di Gianni Versace. Un lancio soft, In Minor Keys, proprio come il tema scelto per la Biennale. Torna in mente ora che si rivede il nome sui manifesti.
Le somiglianze non si fermano qui perché il distillato ha visto la luce, ha raccontato la coppia di fondatori in quell’occasione, in maniera quasi naturale con botaniche raccolte a mano all’interno della loro tenuta di Passignano sul Lago di Trasimeno e «per esaltare il valore della lentezza e i momenti che meritano di essere assaporati».

Sembra riecheggiare la poetica introduzione alla Biennale della sua curatrice Koyo Kouoh, scomparsa prima dell’inaugurazione ad appena 57 anni un invito a «A rallentare il ritmo e sintonizzarti sulle frequenze delle tonalità minori. Perché, sebbene spesso si perda nella cacofonia ansiosa del caos attuale che imperversa nel mondo, la musica continua. Le canzoni di chi produce bellezza nonostante la tragedia, le melodie dei fuggitivi che si riprendono dalle rovine, le armonie di chi ricuce ferite e mondi».

Ma i rimandi con la Biennale non sono un caso, perché dietro il brand Quattro Gatti, c’è la famiglia Mordant, Simon e la moglie Catriona, da sempre e per tutti Cat, da qui l’idea del brand, nato un po’ per gioco con l’idea appunto di qualcosa da condividere tra amici. Investment banker d’origine britannica, trasferitosi ragazzo dall’altra parte del mondo per amore, Simon Mordant è un grande collezionista d’arte e mecenate del Padiglione Australia. Alla presentazione ufficiale dell’Australia ai Giardini si capiva bene quanto il suo impegno negli anni non è stato quello del semplice finanziatore che stacca solo qualche assegno, ma un ruolo a tutto tondo di collante e facilitatore.

Nel presentare la mostra di Khaled Sabsabi, artista australiano d’origine libanese protagonista della mostra conference of one’s self. Simon Mordant ha ricordato «il ruolo degli artisti come catalizzatori di nuove relazioni e possibilità», ricordando quanto «Qui a Venezia, si riunisce una comunità di leader culturali senza pari. È un privilegio e un potente promemoria del ruolo che svolgiamo nel collegare culture e prospettive diverse. Il nostro Padiglione è un'espressione autentica di chi siamo: una nazione dalle molte voci, molte storie, con un legame profondo e continuo con il luogo. Ma anche uno spazio per portare avanti iniziative straordinarie, il rispetto reciproco tra le culture, un dialogo e uno scambio». Un discorso in piena consonanza con il tema di In Minor Keys.

Ecco perché non stupisce che proprio l’artista australiano d’origine libanese, nonostante sia protagonista di un Padiglione nazionale, sia stato scelto anche per aprire la mostra ospitata dall’Arsenale, un onore prima di lui tributato a soltanto altri tre artisti prima di lui in tutta la storia della Biennale.
Come nel Padiglione australiano, all’Arsenale ci si abbandona alla contemplazione dei suoi teli dipinti su cui si alternano continui cambi d’immagini e colori, illuminati da otto proiettori con musica diffusa a otto canali audio, inebriati dalla fragranza di oud nero, noto come il legno degli dei, o l’oro nero della profumeria.

Mentre nel padiglione nazionale i teli mutimediali sono montati in forma di ottagono, 8 è infatti il numero degli elementi del percorso di ricerca della coscienza di sè della filosofia Tasawwuf (sufi) (l’invito, la soglia, l’otto, il riverbero, la scrittura, l’impegno, il compagno e il sé), entrando all’Arsenale si viene accolti nella sua installazione circolare che contiene e induce ancora di più alla sosta contemplativa.

Così Sabsabi compie la magia di fermare il flusso continuo di visitatori sempre in movimento per sciamare da un’opera all’altra nell’ansia di non perdersi nulla di tutto quel che è contenuto sotto le enormi campate. E qui si compie la magia che auspicava la curatrice della Biennale nella sua poetica presentazione con l’invito iniziale a rallentare:
«Fai un respiro profondo.
Espira.
Rilassa le spalle.
Chiudi gli occhi».
Ripresa all’inizio del discorso di Simon Mordant. E così ripensi ai teli dipinti di Sabsabi dove volti e vegetazione, fiumi e foglie, terra e orizzonte si susseguono in una circolarità continua e, mentre il battito rallenta, senti un senso di armonia e fiducia capace di ovattare il rumore di fondo di qualsiasi caos e protesta. E nella calma riconquistata induce alla condivisione. Magari di un Reflection in compagnia dei tuoi Quattro Gatti che chiami famiglia. (Riproduzione riservata)
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