Dopo mesi di pour parler la minaccia di Donald Trump di dazi sui farmaci è ora più reale. Il presidente degli Stati Uniti ha, infatti, rivelato che annuncerà dazi specifici sui prodotti farmaceutici entro le prossime due settimane, dopo aver avviato un'indagine su come l'importazione di determinati prodotti farmaceutici influisca sulla sicurezza nazionale Usa, a causa della forte dipendenza degli Stati Uniti dalle importazioni farmaceutiche. Trump ha ribadito che gli Usa vengono «derubati sui costi dei farmaci» rispetto al resto del mondo.
L’annuncio è arrivato dopo che Trump ha firmato lunedì 5 maggio un ordine esecutivo volto a incentivare la produzione farmaceutica nazionale. In pratica, l’ordine ridurrà i tempi necessari per approvare nuovi impianti farmaceutici nel Paese e incarica la Food and drug administration di snellire le revisioni, collaborando strettamente con i produttori per aumentare la capacità produttiva. Inoltre, prevede che l’Agenzia per la protezione ambientale (Epa) acceleri la costruzione di nuove strutture.
La mossa è l’ultima iniziativa del numero uno della Casa Bianca per riportare negli States una produzione maggiore di farmaci. I dazi possono rappresentare ostacoli significativi per l’industria, considerando che gli Stati Uniti importano ogni anno oltre 200 miliardi di dollari in farmaci da prescrizione. Le aziende europee saranno le più colpite da questa mossa, così come i produttori sia di farmaci in India sia di dispositivi medici in Cina.
La minaccia di dazi statunitensi ha già spinto diverse grandi aziende farmaceutiche, tra cui Roche, Novartis, Eli Lilly e Johnson & Johnson, ad annunciare negli ultimi giorni maggiori investimenti nella produzione nazionale. Tuttavia, «le conseguenze non intenzionali dei dazi potrebbero essere un aumento del costo dei farmaci per i pazienti, il che solleva interrogativi sulla sostenibilità di tali misure», commenta Abhishek Raval, analista di AlphaValue, osservando che le big pharma europee generano oltre il 40% delle loro vendite dagli Stati Uniti.
Inoltre, l’industria è spesso accusata di evasione fiscale negli Stati Uniti, attraverso l’uso di paradisi fiscali come l’Irlanda. La maggior parte delle aziende farmaceutiche dipende in modo significativo dall'approvvigionamento di Api (principi attivi farmaceutici; i componenti principali di un farmaco) dalla Cina (principale avversario commerciale degli Stati Uniti) e dall'India. «La maggior parte dei dazi passati ha colpito gli Api, mentre i farmaci finiti sono stati generalmente esentati», ricorda Raval, convinto che i dazi renderanno i farmaci più costosi per i pazienti statunitensi (una conseguenza che il governo Usa potrebbe non desiderare), dato che i prezzi dei farmaci, in larga parte, non sono regolati dal governo, a differenza della maggior parte dei Paesi in Europa e altrove.
Per altro i farmaci sono già venduti a prezzi più alti negli Stati Uniti rispetto ad altri Paesi. Considerando che le aziende farmaceutiche innovative vendono farmaci essenziali e spesso salvavita, dovrebbero essere in grado di trasferire una parte significativa del (potenziale) aumento dei costi dei dazi ai consumatori senza che la domanda dei loro farmaci venga influenzata in modo rilevante.
In un’ottica di più lungo termine, costruire impianti di produzione è un'impresa che richiede molti anni e miliardi di dollari e la maggior parte delle aziende farmaceutiche ha già accordi di produzione (in outsourcing) significativi negli Stati Uniti, fa presente l’esperto di AlphaValue. Certo, la situazione potrebbe cambiare in caso di elezione di un nuovo governo nei prossimi quattro anni e/o di un’inversione di rotta rispetto a quanto imposto dall’amministrazione Trump in cui non si trasferisce il costo ai clienti.
In effetti, secondo la PhRma (l’associazione di categoria del settore), la costruzione di un nuovo impianto produttivo negli Stati Uniti può comportare un investimento fino a 2 miliardi di dollari e richiedere da 5 a 10 anni per diventare operativo. «Tuttavia, aziende come Roche, Novartis e poche altre hanno già annunciato i loro piani di investimento negli Stati Uniti; ci si chiede però se questi piani potrebbero essere rivisti. Forse è ancora più economico produrre/assemblare farmaci e materie prime (Api), secondo la catena del valore attuale. Senza contare che gli sforzi di reshoring degli Stati Uniti potrebbero alimentare un'inflazione dei prezzi dei farmaci», continua Raval.
In assenza di dettagli precisi, «assumendo che il 50% delle vendite dell’industria farmaceutica negli Usa sia soggetto a dazi e che le tariffe, ad esempio al 25%, siano completamente assorbite, il margine operativo e l’utile netto delle big pharma europee potrebbero ridursi, rispettivamente, di circa il 19% e circa il 20%, secondo calcoli approssimativi», valuta Raval. Confrontando questo con la correzione dei prezzi delle azioni delle big pharma europee dal 5 marzo del 2025, sembra che i mercati stiano scontando uno scenario altamente improbabile. Al contempo, un trasferimento del 50% del costo ai clienti finali potrebbe ridurre l’utile netto in media del 10%. «Tuttavia, è importante notare che i produttori di farmaci generici potrebbero non trovarsi in una posizione altrettanto forte rispetto alle aziende farmaceutiche innovative, per trasferire l’aumento dei costi», precisa l’analista di AlphaValue.
Entrando nello specifico, per Novo Nordisk (coperta da Alphavalue con un rating buy e un target price a 918) gli Stati Uniti rappresentano un importante polo produttivo, posizione rafforzata dalla recente acquisizione degli impianti di produzione di Catalent; inoltre, la maggior parte dei suoi Api è prodotta in Danimarca e in Usa. Tuttavia, Novo non è immune ai dazi statunitensi e ci sono preoccupazioni sul fatto che possa diventare vittima delle tensioni tra Stati Uniti e Danimarca sul controllo della Groenlandia.
Valutazione: l’azione scambia a un p/e stimato per il 2025 di circa 15, un multiplo non solo inferiore a quello di Novartis e AstraZeneca, ma anche mai visto dai tempi del lancio del farmaco per la perdita di peso Wegovy; le prospettive di crescita di medio termine di Novo, tra le migliori big pharma europee, difficilmente sono oggetto di discussione.
Invece, Roche (coperta da Alphavalue con un rating buy e un target price a 346) ha annunciato investimenti per 50 miliardi di dollari, nei prossimi cinque anni, destinati a nuovi impianti produttivi e centri di R&S negli Stati Uniti; questo si aggiunge a 13 impianti di produzione e 15 centri di ricerca e sviluppo già presenti nel Paese. Inoltre, Roche ha una presenza lungo tutta la catena del valore negli States; i miglioramenti della produttività negli ultimi anni hanno generato una notevole capacità inutilizzata negli Stati Uniti che potrebbe essere utilizzata per assorbire parte dell’impatto dei dazi.
Valutazione: l’azione scambia a un p/e stimato per il 2025 di 12,5, ben al di sotto della media decennale di 17; i suoi sforzi accelerati per ritagliarsi una posizione nel settore della perdita di peso potrebbero rappresentare un punto di svolta.
Tra le aziende farmaceutiche più piccole, Virbac (-1% dal 5 marzo 2025) e Faes Farma (+13%) potrebbero fungere da «copertura» nel settore, anche se offrono uno spazio d’investimento molto più limitato in termini di capitalizzazione di mercato. Faes Farma vende raramente direttamente i propri farmaci negli Stati Uniti, poiché questi vengono commercializzati tramite partner in licenza. Per Virbac, il Nord America conta per il 13% delle sue vendite. (riproduzione riservata)