Stati Uniti e Cina hanno annunciato a sorpresa, lunedì 12 maggio, un accordo 90 giorni sul taglio reciproco dei dazi, che scendono dal 145% al 30% nei confronti della Cina e dal 125% al 10% per gli Usa. Le due delegazioni si sono confrontate per un weekend a Ginevra. Le borse, soprattutto Wall Street (+4,3%), hanno corso molto nelle ore seguenti, per poi rallentare la crescita, in attesa dei dati macro a conferma della crescita economica. Fra questi, lo Zew e l’inflazione Usa, strettamente monitorata dalla Federal Reserve. Nel frattempo, l’euro ha preso a scendere e scambia a 1,11 sul dollaro, contro 1,15 segnato ad aprile, con i dazi ai massimi.
Martedì 13, lo Zew, che esprime il sentiment degli investitori istituzionali in Germania, risulta tonico e il Ftse Mib riprende quota oltre i 40.000 punti. L’indice è infatti salito di 39,2 punti, raggiungendo quota 25,2 a maggio, rimbalzando in maniera chiara dai minimi degli ultimi due anni di -14,0 registrato ad aprile e superando di gran lunga le aspettative del mercato che si attestavano su 11,9.
Secondo gli analisti di Banca Akros, la tregua sui dazi Usa-Cina «appare positiva soprattutto per i settori dei beni di consumo discrezionali, dei semiconduttori e dell’energia». Inoltre, ragionano gli esperti, dovrebbe contribuire a rafforzare il dollaro Usa rispetto ad altre valute, euro compreso. E questo fatto avrà un impatto importante in bilancio.
Ecco perché Banca Akros ha fatto il punto sui titoli del Ftse Mib più esposti agli Usa, ovvero quelli che registrato vendite per oltre il 15% negli Stati Uniti. E li hanno suddivisi in due categorie, a seconda della tipologia di bilancio.
Da un lato compare chi ha un rischio legato ai cambi definito «transattivo» (transaction risk), riguarda le aziende che registrano vendite negli Usa, ma la produzione è svolta principalmente in altri Paesi e quindi la base costi non è in dollari (può essere al 100% in euro come Ferrari che importa negli Stati Uniti al 100% dall’Italia o in altre valute come peso messicani e dollari canadesi per Stellantis che importa circa metà di quanto vende negli Usa da Messico e Canada). Queste aziende registrano impatti sugli utili maggiori di quelli sul fatturato in seguito a variazioni del cambio euro dollaro.
Dall’altro gli analisti hanno evidenziato le società con un rischio legato ai cambi definito «di traduzione» (translation risk), che riguarda le aziende che hanno vendite negli Usa relative a produzioni locali, quindi la variazione del fatturato e degli utili risponde in modo uguale alla variazione del cambio euro dollaro perché anche i costi, a differenza di quanto sopra, sono in valuta locale.
Secondo Banca Akros, le società che avvertono un maggiore impatto in bilancio (e che possono però beneficiare di più di una lunga tregua dei dazi) sono quelle con «costi denominati interamente in euro, come Brunello Cucinelli e Ferrari, oppure StM, dove gli Stati Uniti rappresentano solo il 16% del fatturato, ma il 90% delle vendite è in dollari, mentre una parte significativa dei costi è in euro». Questo comporta che una variazione del ±10% nel cambio euro/dollaro può avere un effetto sull’Ebit annuo per un valore compreso tra 320 e 400 milioni di dollari, ovvero tra il 20% e il 25% del consenso atteso al 2026 sull’utile pre-tasse.
I titoli preferiti di Banca Akros sono: Brunello Cucinelli (Rating: Buy, Target Price 130 euro), Technoprobe (Buy, target price 8,5 euro) e Saipem (Buy, target price 3 euro). (riproduzione riservata)