«Con un dazio del 107% noi rischiamo di perdere totalmente il mercato della vendita della pasta italiana negli Stati Uniti». Il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini non usa giri di parole per quantificare le perdite potenziali a cui i pastifici italiani vanno incontro se il super dazio Usa, per adesso solo paventato, dovesse diventare realtà da inizio gennaio.
Il balzello corrisponderebbe al margine di dumping che, secondo il dipartimento del Commercio di Washington, i marchi Garofalo e La Molisana avrebbero applicato alle vendite dei propri prodotti negli Stati Uniti e che porterebbe l’ammontare complessivo della tassa, insieme al 15% già fissato, al 107%.
L’indagine specifica sui prodotti, di un tipo molto comune negli Usa, era stata avviata prima della rielezione di Trump e riguardava le vendite effettuate da 19 marchi, tra cui anche Barilla e Rummo. «Una tassazione del genere preclude un mercato che oggi, per esportazioni, è secondo dopo la Germania e che vale circa 700 milioni di euro», attacca Prandini. Perciò Coldiretti «ha già attivato l’interlocuzione con il ministro Tajani, con l’ambasciata italiana negli Stati Uniti e con il ministro Lollobrigida», così da «scongiurare un possibile dazio che non ha nessuna logica, perché le contestazioni che vengono mosse all’industria della pasta che riguardano due produttori (per l’appunto, Garofalo e Molisana, ndr.) non sono veritiere». I produttori lo hanno dimostrato in modo tecnico, facendo ricorso e presentando tutta la documentazione che l’amministrazione Usa aveva richiesto. «Il paradosso è che non solo vengono penalizzate queste due aziende, ma tutti gli esportatori di pasta sul mercato americano. Ovviamente inaccettabile».
Secondo Prandini, lo spettro di una delocalizzazione delle attività verso gli Stati Uniti, sotterfugio per scampare alla tassazione, «sarebbe una grave sconfitta anche di carattere politico per l’Ue, perché vorrebbe dire non essere in grado di tutelare e difendere chi decide di produrre in Europa». Lusso che, sottolinea il numero uno di Coldiretti, nessuno si può permettere.
Nell’attesa di capire come evolverà la partita, Prandini auspica che «ci sia un ripensamento da parte dell’amministrazione statunitense, perché riteniamo - anche in termini di scelta strategica - che le due sponde dell’Atlantico dovrebbero ragionare e costruire meccanismi di scambi commerciali di reciproco interesse». Farsi la guerra in questo modo «non ha senso né precedenti, penalizzerà in parte le nostre attività produttive, ma anche il sistema distributivo statunitense e i cittadini americani» costretti a fare i conti con prezzi più alti sullo scaffale.
Quindi, nel medio e lungo periodo, questo dazio rischia di «trasformarsi in un boomerang per gli Stati Uniti stessi». (riproduzione riservata)