L’industria dell’auto può tirare un sospiro di sollievo? Con una mossa che sa più di riequilibrio politico che di vera distensione, il presidente americano Donald Trump ha annunciato martedì 29 aprile un alleggerimento mirato dei dazi che finora hanno pesato come una zavorra sui titoli delle case automobilistiche internazionali. La revisione, seppur parziale, potrebbe cambiare gli equilibri competitivi nel mercato statunitense e generare vincitori e vinti, tra Tesla e Ford da una parte e realtà come Stellantis e General Motors dall’altra.
La maggior parte delle tariffe - tra cui il temuto dazio del 25% sui componenti auto importati che parte ufficialmente dal 3 maggio - rimarrà in vigore. Tuttavia, le nuove misure includono due importanti concessioni. C’è un rimborso fiscale: i produttori che assemblano veicoli negli Usa potranno ottenere un credito pari al 3,75% del valore dei veicoli venduti per l’anno fiscale in corso. Questo beneficio scenderà al 2,5% nel secondo anno e sarà gradualmente azzerato.
Poi c’è l’eliminazione della doppia imposizione: i produttori non dovranno più pagare dazi sommati su componenti e materie prime come acciaio e alluminio, ma solo la tariffa più alta tra le due applicabili. Inoltre i veicoli con almeno l’85% di componentistica conforme all’accordo Usmca (tra Stati Uniti, Messico e Canada) e prodotti su suolo americano saranno esentati completamente dai dazi.
Le nuove regole premiano le aziende con supply chain localizzate negli Stati Uniti. Tesla, ad esempio, produce interamente in Texas e California, mentre Ford importa solo il 20% dei veicoli venduti negli Usa. Entrambe trarranno vantaggio immediato dalla riforma. Più problematica la situazione per General Motors e soprattutto Stellantis, che fanno ampio affidamento su impianti produttivi all’estero, in particolare in Messico e Canada. Per questi produttori l’impatto dei dazi resta significativo, anche se parzialmente mitigato dal credito fiscale.
Secondo Patrick Anderson, ceo della società di consulenza Anderson Economic Group, ad esempio il beneficio potenziale derivante dal credito fiscale può raggiungere i 900 dollari per veicolo (come nel caso del Suv Ford Explorer prodotto a Chicago) e addirittura i 2.000 dollari per modelli più costosi come i pickup di General Motors assemblati in Texas.
Per Stellantis la questione è più complessa rispetto alle altre due grandi case americane. L’azienda ha riportato vendite deboli nel primo trimestre 2025 e ha sospeso la guidance per l’intero anno, segno evidente del clima di incertezza. Citi, nella sua ultima nota, segnala un «crollo del sentiment» e margini scesi sotto il 5%, con un titolo in calo di oltre il 70% dai massimi. Il rating è stato abbassato a neutral, con un target price rivisto a 9 euro (da 11). «Persistono grandi incertezze e agli investitori non piace l’incertezza», scrivono gli analisti della banca americana, sottolineando come l’esposizione nordamericana di Stellantis - un tempo asset strategico - sia ora considerata un rischio.
Una visione condivisa anche da Equita, che pur mantenendo un target price a 11 euro e rating hold, avverte che l’impatto dei dazi potrebbe essere superiore a quello stimato da GM (4-5 miliardi di dollari, come ha comunicato la società giovedì), a causa della diversa geografia produttiva.
Durante la conference call post-risultati, il cfo di Stellantis ha ammesso che ci vorrà tempo per comprendere l’effettivo impatto delle nuove regole sulla supply chain e assumere decisioni su investimenti e allocazione di capitale. Le misure correttive in corso includono riduzione delle importazioni, ricalibrazione della produzione, taglio del personale e razionalizzazione dei capex, ma il quadro resta fragile.
A peggiorare il sentiment sul titolo Stellantis, la mancanza di un ceo permanente, atteso solo per metà anno (manca da dicembre 2024). «Serve una nuova strategia chiara, un piano formale di taglio dei costi e la stabilizzazione delle vendite per invertire la rotta», avvertono gli analisti di Citi.
Un possibile catalizzatore positivo potrebbe essere un ulteriore ammorbidimento della politica tariffaria statunitense o una maggiore flessibilità nell’applicazione del contenuto Usmca. Ma, come osserva Citi, «pochi investitori sono disposti a puntare su titoli value prima che le notizie migliorino». Per Stellantis la sfida è duplice: da un lato riorganizzare la catena delle forniture e mitigare gli effetti tariffari, dall’altro ricostruire la fiducia del mercato e definire una nuova leadership in grado di gestire il cambiamento.
Senza risposte rapide, il rischio è che il gruppo guidato (per ora) da un management ad interim diventi uno delle maggiori vittime della guerra dei dazi. (riproduzione riservata)