«Al momento l’obiettivo di zero dazi tra noi e gli Stati Uniti è difficile da raggiungere, ma deve rimanere come target di percorso. Se ci dovessero essere dei dazi, magari al 10%, noi speriamo che si continui a trattare per ridurli».
Matteo Zoppas, presidente dell’Ice, l’Istituto per il Commercio Estero, sceglie una via di mezzo nel dibattito se accettare o meno un’imposizione al 10% nella trattativa sui dazi che oppone Usa e Ue. Sì al compromesso temporaneo, se l’obiettivo resta il bersaglio grosso. Soprattutto perché nessuno come l’agenzia che dirige ha il polso del sentiment degli imprenditori alle prese con il commercio con l’estero nel momento storico più complicato per il comparto. «Sono preoccupati», spiega nel corso di un’intervista a Class Cnbc, «perché i dazi erodono valore e limitano gli investimenti in azienda».
Zoppas resta attendista sull’impatto delle dinamiche che si sono innescate dopo il Liberation Day di Trump, soprattutto nell’analisi per settori: «Ci sono alcuni comparti che tirano e altri che rallentano - spiega il presidente dell’Ice - ma il bilancio per ora resta ancora positivo». La parola d’ordine è attendere: l’esito degli accordi, e soprattutto il completo dispiegamento degli effetti. Ma una certezza c’è fin d’ora: all’America non si può rinunciare.
Domanda. Al momento le preoccupazioni sul fronte Usa sono doppie: non solo dazi, ma debolezza del dollaro, che rende oneroso comprare prodotti europei. Cosa è peggio?
Risposta. Il combinato disposto dei due, che rappresenta una penalizzazione importante. Sul dollaro i margini d’intervento sono pochi: dipende da molte variabili, non ultime le decisioni delle banche centrali. Le aziende devono coprirsi dal rischio cambio e ogni imprenditore dovrà adottare la propria politica finanziaria, ma sono cose che sfuggono alla bilateralità dell’attuale trattativa.
D. Veniamo a quella allora: il punto di caduta più onorevole?
R. Auspichiamo che la diplomazia possa portare al tanto auspicato zero a zero. Se si arrivasse a un 10% bisognerebbe valutare bene le conseguenze: crollerebbe subito l’export ma andrebbe preso in considerazione anche l’effetto sull’intera catena del valore: l’Italia arriva all’estero con una catena distributiva che - se non ci guadagna - rischia di preferire i prodotti di altre nazioni.
D. Un «dazi zero» è realistico?
R. Dall’altra parte c’è una grande rigidità e anche tra gli imprenditori si va consolidando la sensazione che serva comunque arrivare a un risultato. Al momento il nostro governo ha un buon rapporto con l’amministrazione Usa grazie alla premier Giorgia Meloni, e anche al nostro ministro degli Esteri Antonio Tajani, che peraltro conosce bene anche la macchina europea. Chi tratta, comunque, è l’Europa. E noi continuiamo a sperare che - se dovesse esserci un accordo sul 10% - poi si continui a trattare per ridurlo.
D. Intanto, in termini di settori, chi soffre di più?
R. Ci sono luci e ombre. E numeri da interpretare. Alcuni comparti tirano ancora, altri rallentano. Dobbiamo stare attenti, perché l’impatto probabilmente arriverà tra poco, ma la somma tra chi tira e chi rallenta per ora è ancora positiva».
D. Vale anche per il nostro agroalimentare?
R. È il settore che è passato da 64 miliardi del 2023 a 70 del 2024; l’unico che fino al mese scorso cresceva a due cifre. Ci sono comparti come il vino in particolare difficoltà, ma bisogna ricordare che si è fatto molto magazzino e che c’è una differenza tra il cosiddetto sell-in (la vendita alle aziende) e il sell out (quella ai clienti finali). La situazione non è rosea, ma i numeri, al momento, sono un po’ falsati da queste dinamiche. Bisogna aspettare qualche mese per capire bene.
D. Nel frattempo meglio guardarsi intorno. Quanto contano gli altri mercati?
R. Sono importanti gli accordi del Mercosur, anche se si tratta di destinazioni dove tutti stanno confluendo. Dobbiamo arrivarci con tutto il Sistema Paese. E poi l’area Asean, in cui ci sono realtà che stanno crescendo a doppia cifra. Paesi come l’India, ad esempio, sui quali dobbiamo puntare.
D. Non ha citato la Cina...
R. È altrettanto importante, ma sta già performando in negativo a doppia cifra. Quello che preoccupa è che sta iniziando a sostituire i nostri beni con produzioni proprie. Non si tratta di settori come moda o agroalimentare, ma in altri campi ci stanno facendo competizione dall’interno.
D. A proposito di competizione interna: il maggior mercato di sbocco italiano resta l’Europa. Anche l’Ue ci mette del suo con i bastoni fra le ruote?
R. Non voglio dare un giudizio politico, ma tecnicamente la burocrazia ci rallenta.
D. All’America possiamo rinunciare?
R. Assolutamente no. Ci abbiamo messo anni a costruire una posizione nel Paese. Perderla significherebbe ripartire da zero. E con costi enormi. (riproduzione riservata)