L’arteriopatia periferica è una dolorosa patologia delle arterie che riduce l’afflusso di sangue agli arti e impedisce la normale deambulazione. A dare beneficio ai pazienti diabetici che soffrono di questa complicanza oggi può intervenire il taurisolo, una miscela di polifenoli, estratta dalle vinacce dell’uva di Aglianico, nota per le sue proprietà antiossidanti e antinfiammatorie. Questa è la conclusione raggiunta da uno studio pubblicato su The Journal of cardiovascular development and disease e condotto dai ricercatori del Centro diagnostico italiano in collaborazione con l’Università Federico II di Napoli. Somministrato per sei mesi a pazienti affetti da diabete come supplemento al trattamento con acido acetilsalicilico, ovvero la comune aspirina, e cilostazolo usato per ridurre il dolore, il taurisolo ha mostrato di contribuire in modo significativo all’integrità dei vasi sanguigni, riducendo il rischio di ostruzioni nel microcircolo periferico.
Già studi in vitro e sul modello animale avevano evidenziato la capacità del taurisolo di controllare fenomeni dovuti allo stato ossidativo e all’ipossia (una carenza di ossigeno nei tessuti dell’organismo) riducendo la Tmao (trimetilamina-N-ossido) a Tma (trimetilamina). La Tmao è una molecola ad azione infiammatoria che rappresenta una minaccia per l’endotelio, il tessuto che costituisce i vasi sanguigni, a causa della sua capacità ossidante, in grado di alterarne quindi la struttura producendo danni funzionali anche irreversibili.
Per valutare l’efficacia della taurina i ricercatori hanno misurato la distanza percorsa dai pazienti allo scopo di verificare la claudicazione intermittente, una forma di zoppia dovuta al dolore prodotto dalla patologia. Alla fine del trattamento i pazienti diabetici che avevano ricevuto taurisolo mostravano un aumento del 16% della distanza camminata rispetto al gruppo che aveva ricevuto placebo. Il miglioramento della deambulazione si è mostrato stabile anche dopo tre mesi dalla fine della terapia ed è stato accompagnato da una riduzione della concentrazione di Tmao nel sangue dei pazienti trattati, che si è mantenuta tale anche trascorsi sei mesi dal termine dello studio.
«Abbiamo introdotto il dosaggio di Tmao nel sangue tra gli esami per la valutazione del rischio cardiovascolare e nel follow-up dei pazienti affetti da patologie cardiovascolari con il medesimo percorso seguito negli Usa dalla Cleveland Clinic perché rappresenta un passaggio fondamentale nella valutazione corretta dell’indice di rischio di danni da accumulo di radicali liberi a livello anche del microcircolo», afferma il professor Eugenio Caradonna, consulente del dipartimento di medicina di laboratorio di CDI e coordinatore dello studio. «In questo studio è stato fondamentale nel valutare gli effetti della terapia in caso di patologia accertata, ma è utile anche negli interventi preventivi volti a ridurne la concentrazione nei soggetti a rischio». (riproduzione riservata)