«Viviamo in un momento di grandi cambiamenti, non legati solo alle enormi potenzialità dell’AI. In questo contesto Ey continuerà a focalizzarsi sui financial services in modo verticale, per rimanere vicina ai clienti e aiutarli durante il percorso di trasformazione». Dopo cinque anni alla guida della divisione italiana, Stefano Battista diventa il nuovo Europe West Financial Services Leader di Ey.
Ora sarà responsabile di nove Paesi Ue e guiderà un team di oltre 10 mila persone. «Proverò a replicare quanto fatto in Italia su scala molto più ampia: il nostro segreto è nella molteplicità delle professionalità in nostro possesso, che ci permettono di servire il cliente dalla preparazione del piano strategico fino alla sua messa a terra», afferma Battista. «Ma cercherò anche di rafforzare la collaborazione tra le nostre divisioni estere per mettere i punti di forza di ognuna a fattore comune».
Domanda. In che scenario vi trovate a operare?
Risposta. Di recente abbiamo realizzato una survey a livello globale con oltre cento ceo. Dall’indagine è emerso un cambiamento delle aspettative dei clienti, che chiedono sempre più servizi personalizzati sulle proprie esigenze che le banche e in genere le istituzioni finanziarie dovranno essere in grado di soddisfare. Un altro tema è quello delle tecnologie emergenti, a partire dall’AI, e poi c'è la questione talenti, sempre più centrale visto che le aziende faticano a trovare le competenze necessarie in quantità necessaria ed i processi di re-skilling richiedono tempo e investimenti.
D. Cosa accadrà nei prossimi mesi?
R. La nostra visione resta cautamente positiva. Le borse continuano a tenere nonostante la grande incertezza latente dovuta alla geopolitica e ai dazi, che però per i più esperti potrebbe avere un impatto sui mercati nei prossimi mesi.
D. Quali sfide invece per le banche?
R. Gli investimenti per sviluppare nuove tecnologie sono sempre più significativi e l’unica opzione per sostenerli è unire le forze. Da qui il tema del consolidamento perché le economie di scala, soprattutto per tecnologie emergenti come l’AI, oramai sono centrali.
D. Ci sono altre ragioni dietro il risiko?
R. All’origine c’è l’abbondanza di capitale, fattore legato all’impennata dei tassi che hanno fatto esplodere il margine d’interesse. Poi ci sono le economie di scopo e di scala, e in qualche caso anche qualche beneficio fiscale significativo. Le operazioni che hanno un forte razionale industriale saranno quelle in grado di ottenere le sinergie stimate. In generale le istituzioni finanziarie hanno bisogno di raggiungere una certa dimensione critica per essere più efficienti e rafforzare la capacità d’investimento.
D. Perché l’Italia è finita al centro del consolidamento?
R. Qualcosa si muove anche all’estero. Ma nel nostro Paese, rispetto alle altre principali economie Ue, tolte le due principali banche che capitalizzano circa 100 miliardi l’una, le altre hanno una market cap e una dimensione tale per cui operazioni di consolidamento diventano una priorità strategica.
D. Cosa frena invece i deal cross border?
R. Parliamo di operazioni complesse, dove è più complicato ottenere sinergie perché manca ancora l’unione bancaria e dei mercati dei capitali. Alcuni istituti ci stanno provando lo stesso, riscontrando però diverse difficoltà. (riproduzione riservata)