Un anno fa scrivevo della Generazione Z come di una generazione silenziosa. Grazie a un recente articolo di Alessandro Baricco su Repubblica, il dibattito si è riacceso facendo un salto di qualità. Quel silenzio lo interpretavo come una forma di cinismo, o forse di difesa, non certo come l’apatia dei «bamboccioni».
Era una scelta tattica di sottrazione, un modo di restare fuori dal rumore del mondo adulto, troppo saturo di parole, di giudizi, di ideologie stanche. Quel silenzio, scrivevo allora, era il vero linguaggio di una generazione contro-deduttiva, che non cerca di spiegare il mondo, ma di abitarlo con una sua etica di fondo: sobria, concreta, impermeabile ai sistemi di potere che hanno strutturato il secolo scorso.
Poi è arrivata Gaza. E i ragazzi hanno parlato, eccome. Hanno riempito le piazze, le università, i social network. Hanno tracciato una linea rossa, come l’ha definita Baricco, non solo politica, ma morale e simbolica, che molti di noi, adulti, avevamo smarrito. Una linea che attraversa il secolo breve e ne sigilla la fine: le trincee della Prima guerra mondiale, i campi di sterminio, le atomiche, Srebrenica, fino alla strage di Gaza.
È la stessa linea che passa per il riscaldamento globale, il razzismo, e il fanatismo religioso, la discriminazione di genere. È la linea che separa il mondo della violenza da quello della coscienza. E loro, i giovani, l’hanno tracciata di nuovo, con chiarezza. Con Gaza questa generazione ha rotto il silenzio. Non per chiedere di essere ascoltata, ma per dire: basta. Il ‘900, secolo di nazionalismi, guerre, cannoni, motori e petrolio, si è chiuso definitivamente nella loro coscienza.
Non sono più interessati a rifondare ideologie, ma a costruire comunità. Non cercano una patria, ma una rete di senso. E, per quanto fragile o incompiuta, la via di una comunità digitale globale è ormai aperta. A stretto giro è arrivata l’elezione di Zohran Mamdani, che sbaragliando il repubblicano Curtis Sliwa e il democratico Andrew Cuomo è diventato il primo sindaco socialista, musulmano, africano e sotto i 40 anni della città più simbolica dell’Occidente.
È un evento che molti hanno letto come un’oscillazione congiunturale, un episodio nel pendolo elettorale americano. Ma è un errore. Semmai è il segnale che questa generazione post ideologica, digitale e attenta ai valori ha cominciato a emergere e manifestarsi sul teatro della storia.
Nel suo articolo su Repubblica Baricco arriva a parlare di una generazione «mutante», che non eredita il passato ma lo smonta, lo riassembla, lo traduce in nuovi codici. È la stessa intuizione che avevamo colto nei dati dell’Osservatorio Teen’s Voice - dieci anni di ricerche fatte da Campus e Uni Sapienza ai Saloni dello Studente - sui giovani tra i 17 e i 20 anni.
Nessun mito, nessuna ideologia, ma una scala di valori netta: solidarietà, giustizia, equità, differenze e una fiducia nella responsabilità personale come unica forma di libertà. Letto così, sembra il programma elettorale di Mamdani e invece sono le risposte che da dieci anni i ragazzi stanno dando a chi ha voglia di ascoltarli.
Non sono disincantati, ma post-ideologici; non apatici, ma selettivi. La loro voce, quando emerge, non chiede di essere rappresentata ma riconosciuta. Non si affida a mediatori (partiti, chiese, giornali) perché ne ha creati di nuovi, fluidi e orizzontali. Eppure quella voce ci riguarda perché definisce un confine antropologico, il passaggio da una civiltà della forza a una civiltà della cura, dalla verticalità del potere alla rete delle relazioni.
Non è un’utopia immediata. Ci vorranno decenni perché questa visione diventi struttura sociale, economica, politica. Ma il solco è tracciato. Certo non sarà il Paradiso ma sarà qualcosa di profondamente diverso rispetto a quanto visto negli ultimi due secoli.
I ragazzi di oggi, i «muti» di ieri, stanno costruendo il primo spazio di globalità emotiva e morale della storia. Noi possiamo scegliere di ascoltarli o di restare prigionieri del nostro secolo finito. (riproduzione riservata)