L’euro si è apprezzato del 10% rispetto al dollaro statunitense quest’anno, in un contesto di riallocazione degli investitori lontano dagli Stati Uniti («sell America»), mentre gli strategist sulle valute di Citi prevedono che il cross euro/dollaro possa salire ulteriormente fino a 1,20 nei prossimi 6-12 mesi (+7% rispetto ai livelli attuali a 1,1247). Questo solleva preoccupazioni sull’impatto della forza della moneta unica sugli utili delle società europee.
«Il nostro indice di revisione degli utili (Eri, ndr) per l’Europa continentale ora è a -30%, in miglioramento dal -61% di tre settimane fa», precisa Citi. I downgrade sono stati causati sia dall’incertezza legata ai dazi dell’amministrazione Trump sia dal cambio. A questo proposito Citi nota che l’euro è la valuta più utilizzata per le esportazioni (52% delle esportazioni fatturate in euro contro il 32% in dollari), mentre il dollaro è la valuta più utilizzata per le importazioni (41% in euro contro il 50% in dollari).
La simulazione di Citi suggerisce che un aumento del 10% del cambio euro/dollaro possa comportare una diminuzione del 2% degli utili per azione (eps), a parità di condizioni, con settori come materiali ed energia tra i più colpiti. Mentre le utility e il settore personal care lo sono meno. In generale, i settori più sensibili corrispondono in larga parte a quelli con una maggior esposizione alle vendite internazionali, in particolare negli Stati Uniti.
Comunque, dopo rialzi simili dell’euro/dollaro, lo Stoxx 600 tende a crescere in media del 5% nei sei mesi successivi. E i settori ciclici, quindi beni di lusso, chimica e servizi finanziari, storicamente tendono a sovraperformare. Viceversa, salute, food & beverage e media a sottoperformare. Ma le performance attuali non hanno seguito fedelmente i trend storici. I beni di lusso, ad esempio, hanno sottoperformato, mentre alimentari & bevande hanno ottenuto risultati migliori.
«Questa dinamica potrebbe riflettere il fatto che l’attuale forza dell’euro non è necessariamente accompagnata da un miglioramento delle condizioni economiche europee, ma piuttosto da prospettive meno favorevoli per l’economia e gli asset statunitensi», spiega Citi. «Anche gli utili per azione, dopo una fase inizialmente laterale, tendono a salire escludendo crisi gravi, con altri fattori che alla fine prevalgono sul vento contrario dei cambi».
Citi ha, quindi, selezionato i titoli più sensibili ai cambi in Europa. Il paniere «Strong Euro Beneficiaries» include titoli con una correlazione positiva ed elevata con l’euro/dollaro e ricavi prevalentemente domestici. Il paniere «Weak Euro Beneficiaries» include, invece, titoli con una correlazione negativa e ricavi significativi provenienti dall’estero. Le performance relative di questi panieri seguono molto da vicino l’andamento del cambio.
Più nel dettaglio, nel paniere «beneficiari di un euro forte», ha selezionato titoli con una capitalizzazione di mercato superiore ai 2 miliardi di dollari, un beta euro/dollaro a 60 mesi di almeno 1,5 e più del 55% dei ricavi totali generati in Europa. Allo stesso modo, il paniere «beneficiari di un euro debole» include titoli con una capitalizzazione superiore ai 2 miliardi di dollari, un beta euro/dollaro negativo a 60 mesi e meno del 45% dei ricavi generati in Europa.
Questo processo ha prodotto 26 titoli nel paniere «beneficiari di un euro forte», provenienti principalmente dai settori dei beni di consumo e industriali: Commerzbank (89% dei ricavi totali generati in Europa), Pko Bank (98%), Banco Comercial portugues (93%), Rockwool (56%), Grafton Group (61%), Elis (67%), Prosus (59%), Zalando (94%), Allegro.Eu (95%), Auto1 Group (64%), Ipp (83%), Dino Polska (100%), Redcare Pharmacy (87%), Neste (56%), Euronext (84%), Thyssenkrupp (56%), KghmPolska (66%), Voestalpine (63%), Sagax (100%), Fastighets Balder (93%), Wallenstam (100%), Tag Immobilien (100%), Fortnox (100%), Inpost (90%), Enel (72%) e Elia Group (98%).
Mentre il paniere «beneficiari di un euro debole» include 29 titoli, in prevalenza nei settori della salute e dell’energia. Bunzl (18% dei ricavi generati in Europa), Dksh Holding (8%), Relx (12%), Rentokil Initial (15%), Loomis (25%), Pearson (3%), Sodexo (29%), Koninklijke Ahold Delhaize (39%), Shell (19%), Bp (14%), Equinor (2%), Tenaris (6%), Wise (25%), Man Group (13%), British American Tobacco (23%), Reckitt Benckiser Group (19%), Upm Kymmene (45%), Roche (17%), Novo Nordisk (10%), Astrazaneca (19%), Argenx (2%), Ucb (23%), Galderma (14%), Sandoz (38%), Swedish Orphan Biovitrum (24%), Ipsen (31%), Sage (26%), Spectris (24%) e Deutsche Telekom (31%). (riproduzione riservata)