La politica zero-Covid del presidente Xi Jinping continua a riverberarsi sui dati economici del Paese, con un'inflazione in continuo calo, un fatto che le borse non paiono apprezzare. I mercati asiatici viaggiano in netto rosso mercoledì 9 novembre, alle ore 8:20 italiane il Nikkei cede lo 0,56%, Hong Kong l'1,84%, Shanghai lo 0,53%.
L'oro scende dello 0,2% a 1.712 dollari l'oncia, il petrolio Wti americano viaggia in debolezza a 88,86 dollari il barile (-0,3%), mentre le valute sono poco moosse, con l'euro che cerca di difendere la parità sul dollaro (1,00071), lo yen si muove a 145,73, ancora a minimi ultraventennali, la sterlina a 1,1545. Il T bond Usa decennale vede il rendimento salire dal 4,13% di inizio contrattazione asiatica al 4,147%. I futures su Wall Street, in attesa degli esiti delle elezioni di Mid Term, sono positivi solo per il Nasdaq (+0,2%).
Il tasso di inflazione annuale della Cina è sceso al 2,1% anno su anno a ottobre 2022 dal 2,8% del mese precedente, rispetto al consenso del mercato del 2,4%. Si tratta del dato più basso da maggio a causa di un rallentamento dei costi sia alimentari che non alimentari. Nel frattempo, i prezzi delle merci alla fabbrica sono scesi per la prima volta in quasi 2 anni, riflettendo la debolezza della domanda e le interruzioni della produzione a causa del contenimento del Covid e del calo dei prezzi delle materie prime.
Lo yuan offshore (la valuta scambiata all'estero) è sceso a 7,25 per dollaro (-0,32% mercoledì) dopo la pubblicazione dei dati sull'inflazione cinese in calo e la ripresa dei focolai di Covid che hanno indebolito l'ottimismo su un'eventuale riapertura economica. I prezzi al consumo annuali in Cina sono rallentati più del previsto a ottobre, mentre i prezzi alla produzione si sono contratti per la prima volta da dicembre 2020, mantenendo la banca centrale sulla buona strada per mantenere politiche monetarie accomodanti.
Lo yuan è stato anche messo sotto pressione dai dati commerciali cinesi deludenti, con esportazioni e importazioni inaspettatamente in calo a ottobre, principalmente a causa della debole domanda estera e delle interruzioni interne legate al Covid. Nel frattempo, l'aumento dei casi di virus in Cina ha alimentato i timori di potenziali nuovi lockdown, con gli esponenti politici del settore sanitario che hanno recentemente riaffermato il loro impegno per applicare i controlli ìsul Covid.
Mercoledì i futures sul greggio Wti hanno registrato un calo portandosi al di sotto degli 89 dollari al barile dopo aver perso più del 3% nella sessione precedente tenuto sotto pressione dalle incertezze legate al Covid nel maggiore dei mercati di acquisto, la Cina e per un aumento oltyre le attese delle scorte di greggio statunitensi. La crescente recrudescenza del virus in Cina ha alimentato i timori di potenziali nuove chiusure delle attività, deludendo le speranze di una graduale riapertura economica e di un rimbalzo della domanda di energia.
Nel frattempo, i dati del settore hanno mostrato che le scorte di greggio statunitensi sono aumentate di circa 5,6 milioni di barili la scorsa settimana, battendo le aspettative per un aumento di 1,1 milioni di barili. Anche le scorte di benzina negli Usa sono salite di circa 2,6 milioni di barili nonostante le previsioni di un calo di 1,1 milioni. Tuttavia, le prospettive dell'offerta rimangono strette dopo che l'Opec+ (del cartello fa parte anche la Russia) ha ridotto la produzione di 2 milioni di barili al giorno a novembre, mentre il divieto dell'Unione Europea sul petrolio russo entrerà in vigore a dicembre. (riproduzione riservata)