Nessuna posizione dominante è per sempre al sicuro. E lo dimostra la parabola di Intel, storico gruppo statunitense dei microprocessori, alle prese con una profonda crisi e alla ricerca di nuovi soci per tentare di rimettersi in sesto.
La sconfitta di Intel - in passato l’azienda da battere nei processori più piccoli e veloci - si intreccia con la diffusione dell’intelligenza artificiale, le cui applicazioni richiedono potenza computazionale e infrastrutture elettroniche. In particolare, le sofisticate unità grafiche che competitor come Nvidia e Amd progettano e che i produttori - con in pole la taiwanese Tsmc - sfornano nelle loro fabbriche di chip. Intel ha al suo interno entrambe le divisioni, il design e la produzione, ma negli ultimi anni non è riuscita a tenere il passo.
Quando l’AI è diventata un fenomeno mondiale, Intel era in ritardo con lo sviluppo dei prodotti più performanti. Il che ha avvantaggiato Nvidia e Amd. In più, le fonderie (così si chiamano i siti produttivi dei chip) con i loro costi elevati hanno aperto un buco multi-miliardario nei bilanci del gruppo che ha perso 3,9 miliardi di dollari nella prima metà del 2025 e 19 miliardi nell’intero 2024.
Ma Intel, per quanto in crisi, è strategica. Per questo la holding giapponese Softbank, che nel settore controlla già Arm, ha investito 2 miliardi di dollari per assicurarsi una quota del 2%. Anche il governo americano sta valutando di entrare nel capitale con un pacchetto intorno al 10% e, secondo Cnbc, la società sarebbe in trattativa con altri grandi investitori per un aumento di capitale a sconto. Al momento il titolo di Intel scambia intorno ai 24 dollari, in ripresa rispetto a un anno fa ma in calo di oltre il 30% in tre anni, con una capitalizzazione ridotta a circa 100 miliardi.
Il confronto con Nvidia, primo vincitore della corsa all’AI, è impietoso. La società di Jensen Huang, semisconosciuta fuori dagli Stati Uniti fino a pochi anni fa, è diventata l’azienda di maggiore valore al mondo, la prima a superare la soglia dei 4.000 miliardi di market cap. In un anno le azioni hanno guadagnato oltre il 30%, ma è allungando l’orizzonte temporale che il rally assume le dimensioni di un vero e proprio boom: +1.200% dal 2020.
Anche i ricavi e gli utili di Nvidia hanno conosciuto una crescita esponenziale negli ultimi anni, con un’esplosione dopo il lancio di ChatGpt a novembre 2022. Nell’esercizio 2025 (chiuso a fine gennaio) il gruppo ha ottenuto un fatturato di 130,5 miliardi di dollari (+114%), con profitti pari a 72,9 miliardi (+145%). Due anni fa i ricavi erano stabili a quota 27 miliardi con un utile di 4,4 miliardi (dati a gennaio 2023).
Meno eclatante nei numeri, ma simile nelle tempistiche, è stata l’avanzata di Amd. La società ha visto il prezzo delle sue azioni passare dai circa 70 dollari di fine 2022 agli attuali 170. A livello di business, Amd ha archiviato il 2024 con vendite record pari a 25,8 miliardi (+14%) e utili per 1,6 miliardi (+92%).
Tra chi produce i chip è stata Tsmc ad avere la meglio. Il gruppo taiwanese si è imposto con una quota di circa il 35% dell’industria definita (nel bilancio della stessa Tsmc) «Foundry 2.0», che include la realizzazione di wafer, il confezionamento, il collaudo e altre attività relative all’assemblaggio dei semiconduttori. Le fabbriche di Tsmc servono i principali player del settore, da Nvidia ad Apple fino all’italo-francese Stm.
I ricavi annuali di Tsmc hanno sfiorato i 2.900 miliardi di dollari taiwanesi (quasi 88 miliardi di dollari) nel 2024 (+34%) e il trend di crescita è proseguito quest’anno con vendite per circa 58 miliardi di dollari nei primi sei mesi, in aumento del 40%. Tre anni fa, a fine 2022, il bilancio riportava 2.263 miliardi di dollari taiwanesi di fatturato (74 miliardi di dollari). Anche in borsa il titolo ha messo a segno un record dopo l’altro e ha quasi triplicato il valore in un quinquennio.
Le fonderie di Tsmc si sono dunque rivelate estremamente profittevoli. Al contrario, quelle di Intel hanno aperto una voragine: solo questa divisione ha subito una perdita operativa di oltre 13 miliardi di dollari lo scorso anno. I piani del neo amministratore delegato Lip-Bu Tan, in carica da qualche mese, prevedono ora uno spin-off delle fabbriche di chip, da trasformare in una controllata con la speranza di trovare nuovi soci disposti a entrare nel capitale e a dare una boccata d’ossigeno al gruppo statunitense. (riproduzione riservata)