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Guerra in Medio Oriente: timore, ma niente panico sui mercati

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Che cosa accade ai mercati se Israele invade la striscia di Gaza? Tre scenari su petrolio, inflazione e banche centrali

13 ottobre 2023, 10:54 Ultimo aggiornamento: 16:38

Tre gli scenari ipotizzati dagli economisti di Bloomberg: il conflitto resta isolato, si allarga ai Paesi vicini, guerra diretta Israele-Iran.  La direzione è la stessa: petrolio più caro, inflazione più elevata e crescita più lenta. Ma ma la portata è diversa. Ecco che cosa può accadere sui mercati | VIDEO

La guerra fra Israele e Hamas, scoppiata il 7 ottobre, ha il potenziale per sconvolgere l’economia mondiale e portarla alla recessione se altri Paesi venissero coinvolti.

Mentre l’esercito israeliano si prepara a invadere Gaza via terra in risposta allo storico attacco di Hamas che ha provocato la morte di migliaia di persone, molti civili, da entrambi i lati, gli economisti di Bloomberg Economics analizzano gli scenari che si possono verificare ora e gli effetti sui mercati.

La paura è che le milizie di Hezbollah in Libano e Siria, sostenitori di Hamas, si uniranno ai combattimenti. Un’escalation più accentuata potrebbe portare Israele allo scontro diretto con l’Iran, fornitore di armi e denaro ad Hamas, quest’ultimo definito da Usa e Ue un gruppo terroristico.

In questo scenario, Bloomberg Economics stima che i prezzi del petrolio potrebbero salire a 150 dollari al barile e la crescita globale scendere all’1,7%, una recessione che toglie circa 1.000 miliardi di dollari alla produzione mondiale, con gli effetti devastanti collaterali sui mercati azionari.

Il conflitto in Medio Oriente può provocare scosse nel mondo dato che l’area è un fornitore importante e un altrettanto importante corridoio di trasmissione di energia. La guerra arabo-israeliana del 1973, che portò all’embargo petrolifero e ad anni di stagflazione nelle economie industriali, è un chiaro esempio. 

L’economia mondiale oggi appare vulnerabile, si sta riprendendo da un periodo di inflazione esacerbato dall’invasione russa dell’Ucraina lo scorso anno. Un’altra guerra in una regione produttrice di energia potrebbe riaccendere l’inflazione. Conseguenze più ampie potrebbero toccare rinnovati disordini nel mondo arabo, ma anche le elezioni presidenziali del prossimo anno negli Stati Uniti, dove i prezzi della benzina sono fondamentali per il sentiment degli elettori. Ecco i tre scenari elaborati dagli economisti di Bloomberg.

Nel primo, le ostilità rimangono in gran parte confinate a Gaza e Israele. Nella seconda, il conflitto si estende ai Paesi vicini come il Libano e la Siria che ospitano le milizie appoggiate da Teheran, trasformandola essenzialmente in una guerra per procura tra Israele e Iran.

Il terzo prevede l’escalation fino a un confronto militare diretto fra Israele e Iran. In tutti questi casi, la direzione è la stessa: petrolio più caro, inflazione più elevata e crescita più lenta, ma la portata è diversa. Più il conflitto si estende, più il suo impatto diventa globale.

Scenario 1: il conflitto è limitato a Gaza

Nel 2014, il rapimento e l’omicidio di tre israeliani da parte di Hamas ha dato il via a un’invasione di terra di Gaza che ha causato la morte di oltre 2.000 persone. I combattimenti non si sono estesi oltre il territorio palestinese e il loro impatto sui prezzi del petrolio e sull’economia globale è stato contenuto.

Il bilancio delle vittime della scorsa settimana è molto più alto. Tuttavia, una possibile traiettoria per l’attuale conflitto potrebbe essere una ripetizione di quella storia, alla quale aggiungere un’applicazione più rigorosa delle sanzioni Usa sul petrolio iraniano.

Quest’anno Teheran ha aumentato la sua produzione di petrolio di 700.000 barili al giorno perché gli scambi di prigionieri e lo scongelamento dei beni hanno segnalato un disgelo nelle relazioni con gli Stati Uniti.

Se quei barili scomparissero sotto la pressione Usa, Bloomberg Economics stima un aumento da 3 a 4 dollari dei prezzi del petrolio. L’impatto sull’economia globale in questo scenario sarebbe essere minimo, soprattutto se l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti compensassero la perdita barili iraniani che utilizzano la loro capacità inutilizzata.

Scenario 2: guerra per procura

E se il conflitto non rimane contenuto? Hezbollah, un partito politico e una milizia sostenuto dall’Iran, che ha un ruolo potente in Libano, ha già avuto uno scontro a fuoco con le forze israeliane al confine e ha detto di aver colpito una postazione dell'esercito con missili guidati.

Se il conflitto si estendesse al Libano e alla Siria, si trasformerebbe di fatto in una guerra per procura tra Iran e Israele e il costo economico salirebbe.

Nella breve ma sanguinosa guerra tra Israele e Hezbollah nel 2006, il greggio è balzato di 5 dollari al barile. Una mossa simile oggi farebbe alzare il prezzo del petrolio del 10% a circa 94 dollari il barile, calcolano gli economisti.

Le tensioni potrebbero aumentare anche nella regione: Egitto, Libano e Tunisia sono in una situazione economica di stagnazione. La risposta di Israele all’attacco di Hamas potrebbe innescare proteste. Potrebbe essere una ripetizione della Primavera araba? «Un’ondata di protesta e ribellione che ha rovesciato governi all’inizio degli anni 2010, non è impensabile», ragionano gli economisti.

Si avrebbero come conseguenza due shock: un aumento del 10% dei prezzi del petrolio e un’avversione al rischio mercati finanziari in linea con quanto accaduto durante il periodo della Primavera araba. Gli esperti si aspettano in questo scenario «un aumento di otto punti nell’indice Vix, una misura ampiamente utilizzata dell’avversione al rischio». Che si sommerebbero a un calo dello 0,3% della crescita globale nel 2024, circa 300 miliardi di dollari di perdita di produzione, con il Pil in rallentamento al 2,4%. Escludendo la crisi Covid del 2020 e la crisi mondiale del 2009, si tratterebbe della crescita più debole degli ultimi 30 anni.

L’aumento dei prezzi del petrolio aggiungerebbe circa lo 0,2% all’inflazione globale, mantenendola vicino al 6% e facendo pressione sulle Banche centrali.

Scenario 3: guerra Iran-Israele

Il conflitto diretto tra Iran e Israele è ad oggi lo scenario meno probabile, ma pericoloso. Potrebbe essere il fattore scatenante di una recessione globale. «Prezzi del petrolio in rialzo e crollo gli asset rischiosi assesterebbero un duro colpo alla crescita e farebbero salire l’inflazione».

Israele considera da tempo le ambizioni nucleari dell’Iran come una minaccia minaccia esistenziale. Le mosse di Teheran per costruire un’alleanza militare con la Russia, ripristinare i rapporti diplomatici con l’Arabia Saudita e le buone relazioni con gli Stati Uniti si sono aggiunte al problema. Israele e gli Stati Uniti hanno inviato messaggi contrastanti riguardo alla complicità dell’Iran nell’attentato di Hamas. Funzionari statunitensi dicono di aver prova che i leader iraniani sono stati colti di sorpresa.

In questo scenario, si aggiungerebbero maggiori tensioni tra le superpotenze: gli Stati Uniti sono uno stretto alleato di Israele, mentre Cina e Russia hanno approfondito i legami con l’Iran. In Occidente emerge il timore che Cina e Russia sfruttino il conflitto per distogliere l’attenzione e le risorse militari da altre parti del mondo.

Dall’area Golfo proviene circa un quinto della fornitura mondiale di petrolio e questo farebbe salire i prezzi alle stelle. «Un nuovo attacco agli impianti di Aramco da parte di militanti filo-iraniani come accaduto nel 2019 (aveva messo fuori uso quasi la metà della fornitura di petrolio saudita), non è escluso», ragionano gli economisti.

Forse il prezzo del greggio non arriverebbe a quadruplicare, come avvenne nel 1973 quando gli stati arabi imposero un embargo come ritorsione nei confronti degli Stati Uniti a sostegno di Israele. Ma se Israele e Iran si lanciassero missili l’un l’altro, i prezzi del petrolio potrebbero aumentare in linea con ciò che accadde dopo l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq nel 1990.

E allora il petrolio potrebbe arrivare a 150 dollari al barile. «La capacità produttiva inutilizzata in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti potrebbero non riuscire a salvare la situazione se l’Iran decidesse di chiudere lo Stretto di Hormuz, da cui proviene un quinto del petrolio mondiale giornaliero», conclude Bloomberg. (riproduzione riservata)



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