Il nome significa letteralmente ‘baia del vapore’ perché quando Ingólfur Arnason, un colonizzatore norvegese, arrivò nell’874 sulle sponde sud-occidentali dell’Islanda, nei pressi dell’attuale Reykjavík, la prima cosa che vide fu il vapore delle tante sorgenti d’acqua calda della zona. E ancora oggi per ammirare tutte le declinazioni dei fenomeni vulcanici, dalle solfatare ai vulcani, persino in eruzione – come il Fagradalsfjall, che ha appena ripreso la sua colata lavica, continuando il lavoro interrotto lo scorso autunno – non bisogna andare tanto lontano, perché la penisola di Reykjanes, sulla quale insiste la capitale, è sempre in attività, tra terremoti (l’altra mattina siamo stati svegliati da una scossa del 5° grado mentre dormivamo a bordo della MSC Magnifica), vulcani, sorgenti d’acqua calda e campi geotermici. È una geografia molto ‘variabile’ quella di questa parte dell’isola. Anche l’arcipelago delle Westman, a largo della costa sud dell’Islanda, cambia spesso d’aspetto, grazie all’opera dei suoi due vulcani; la sua isoletta più giovane, Surtsey, oggi patrimonio mondiale dell’Unesco in quanto esempio unico di ‘laboratorio’ naturale, si è formata dal nulla a seguito di un’eruzione sottomarina a metà degli anni ’60.
L’area metropolitana di Reykjavík, che comprende anche i grandi centri di Kópavogur e Hafnarfjörður (quest’ultima è la ‘capitale’ ufficiosa degli elfi, dei troll e delle ‘persone nascoste’; l’ufficio del turismo distribuisce addirittura le mappe con i luoghi dove li si può incontrare) ospita oggi i 2/3 di tutta la popolazione islandese che conta poco più di 370 mila abitanti. Ma gli islandesi non fanno mai ‘folla’. Quella, è prerogativa esclusiva del turismo, purtroppo sempre più di massa, che ha scoperto questi posti incantevoli e che in era pre-Covid, faceva segnare presenze superiori ai 2 milioni di visitatori l’anno. Appena usciti dai centri abitati, l’umanità comunque scompare, anche dalle strade, che percorriamo senza incontrare neanche una macchina per decine di chilometri. Viaggiamo circondati da ‘campi di lava’, enormi distese di basalto solidificato, ricoperte di muschio e interrotte qua e là da sorgenti di acqua calda (qui chiamano ‘lagune’ quelle più grandi, trasformate in bagni termali, i più famosi dei quali sono la Blue Lagoon e la Sky Lagoon, più vicina alla capitale) rivelate da enormi nubi di vapore. All’improvviso si aprono alla nostra vista le acque del lago di Kleifarvatn (‘lago del clivo’), che a tratti raggiunge una profondità di 100 metri. Circondato da ripide montagne brulle e scure è di una bellezza sconvolgente, resa ancor più affascinante dalla leggenda del ‘Lochness’ locale, un serpentone nero, lungo 30-40 metri che diversi contadini del luogo, nel corso dei secoli, affermano di aver avvistato.
Lo scrittore islandese Arnaldur Indriðason ha ambientato qui uno dei suoi libri più famosi, ‘Un corpo nel lago’. Ed è davvero bizzarro che quest’isola abbia prodotto un’intera generazione di giallisti, tra i più famosi di tutto il Nord Europa, alle prese con delitti di ogni tipo, quando le statistiche dell’Islanda non fanno registrare più di 1-3 omicidi per anno. Poco più avanti, nei pressi di Krýsuvík, sulla destra, si incontra la località geotermale di Seltún, ricca di pozzanghere di fango bluastro in ebollizione, fumarole e solfatare. Un operatore televisivo sta facendo riprese con una telecamera e con un drone, mentre i soffioni di vapore escono dalla terra producendo un cicaleccio ritmico, quasi musicale. Un luogo incantevole che trema per infinite scosse di terremoto da un paio di giorni. Il pericolo che qualcosa accada da un momento all’altro è tangibile, ma non fa che accrescere il fascino di questo luogo misterioso dove, incuranti di tanta attività, fanno bella mostra di sé minuscoli fiorellini di un bel rosa acceso e altri, che sembrano batuffoli di cotone, sfioccati dal vento.
La MSC Magnifica fa uno stop over di una notte a Reykjavik, consentendo così agli ospiti di approfondire la conoscenza di questa parte dell’Islanda. La nostra escursione odierna si snoda intorno al ‘Cerchio d’oro’ e inizia con la zona dei geyser, sorgenti d’acqua bollente che danno luogo a eruzioni di enormi colonne di acqua calda e vapore, a intervalli variabili. Il fenomeno ha preso il nome proprio dal celeberrimo Geysir, menzionato per la prima volta in una cronaca di fine 1200, anche se, a ‘battezzarlo’ con questo nome, fu un vescovo a metà ‘600. Geysir ha almeno 10 mila anni, secondo i geologi ed è attualmente dormiente, ma potrebbe risvegliarsi da un momento all’altro. A dare spettacolo oggi ci pensa il fratellino minore, Stokkur (la ‘zangola del burro’) che, ogni 5-8 minuti, lancia verso il cielo una colonna d’acqua alta fino a 30 metri. Tutto intorno scorrono rivoli di acqua fumante, che di certo devono aver provocato problemi a qualche turista fantasioso, vista l’abbondanza dei cartelli ‘pericolo di ustione!’, disseminati lungo la valle di Haukadalur (pare che d’estate si ustionino almeno tre persone al giorno nel tentativo di sentire con la mano la temperatura dell’acqua).
Riprendiamo il viaggio per dirigerci verso Gullfoss, la cascata d’oro, una delle più affascinanti di tutta l’Islanda, coronata da magnifici arcobaleni ogni volta che il sole fa capolino tra le nuvole. Il fiume glaciale Hvita ha scavato nell’arco di migliaia di anni una stretta gola in questo altopiano, una sorta di canyon dove scorrono le sue acque gelide e impetuose, dopo aver compiuto il doppio salto che forma la cascata. Se la possiamo ammirare ancora oggi è tutto merito di Sigriður Tómasdóttir, la figlia di un contadino della zona che si oppose strenuamente alla costruzione di una centrale idroelettrica, che ne avrebbe ingabbiate le acque. La ragazza, che minacciò di recarsi a piedi da qui alla capitale come forma di protesta, è ricordata da una targa di bronzo, di fronte alla quale centinaia di turisti in visita alla ‘sua’ Gullfoss, passano indifferenti ogni giorno.
E dopo esserci bagnati a dovere per avvicinarci il più possibile alla cascata e averla fotografata da tutti gli angoli, incorniciata in un doppio arcobaleno, riprendiamo la nostra escursione diretti verso un luogo iconico della storia e della geologia islandese, Þingvellir, le ‘Piane dell’Assemblea’, sito dell’Unesco. È questo il cuore dell’Islanda, l’essenza del popolo islandese come nazione, adagiato subito a cavallo tra la placca tettonica nord-americana e quella euroasiatica. Un profondo canyon, lungo circa un chilometro (l’Almannagjá), si apre sull’orlo della placca nordamericana. Lo percorriamo fino ad un piccolo rilievo, sulla destra, dove sventola la bandiera islandese. È proprio in questo luogo, consacrato alla storia, che si tenne per secoli, ogni estate per due settimane, l’Assemblea Generale (Alþing) del popolo islandese. Un raduno estivo dove confluivano genti dai punti più remoti dell’isola, tanto da farlo assomigliare più ad una fiera di bestiame e di commerci vari, che ad una riunione politica. Tra un banchetto, un ballo e un matrimonio combinato, venivano declamate le leggi (se ne occupava il lögmanður, l’uomo delle leggi), comminate punizioni, prese decisioni epocali per il bene della nazione (come quella di abbracciare il cristianesimo, abiurando la vecchia religione pagana, nell’anno 1000). L’Alþing fu abolita solo nel 1798 e, quando nel 1845, venne istituito il Parlamento islandese moderno, la sua sede fu trasferita a Reykjavík. Ma il cuore dell’Islanda è rimasto qui, dove tutti tornano come attratti da una forza atavica, nei momenti topici della vita dell’isola. È qui che nel 1944 fu proclamata la repubblica islandese ed è sulla sponda opposta del fiume che solca questa valle tra i due continenti, americano ed euroasiatico, che sorge la residenza estiva del primo ministro islandese. Un cottage bianco, delizioso nella sua semplicità.
Sulla via del ritorno, la nostra guida ci indica, a pochi chilometri dalla capitale, la casa natale di Halldor Laxness, premio Nobel per la letteratura nel 1955 e autore di ‘Gente indipendente’, un romanzo incentrato sul personaggio di Bjartur, un contadino ossessionato dall’indipendenza, fino alle estreme conseguenze. Un tratto quello dell’indipendenza che permea fortemente lo spirito degli islandesi, solitari ma non individualisti, ‘isolani’ dentro, ma accoglienti come pochi popoli nei confronti dei turisti e di chi decida di trasferirsi a vivere in quest’isola straordinaria. Ma, in quest’ultimo caso, dovrete fare lo sforzo di imparare la loro lingua, arcaica e bellissima, ancora molto simile a quella delle saghe medievali. Torniamo, stanchi ma estasiati da tanta bellezza e suggestioni, alla nostra nave. Il Comandante della MSC Magnifica, Pietro Paolo Maresca, oggi ci accoglie facendoci trovare in cabina una graditissima sorpresa: fragole (con cioccolata) e champagne. Per farci continuare a sognare.