Un segnale semplice e apparentemente chiaro. I grandi investitori obbligazionari aspettavano solo questo per ricominciare a comprare bond sovrani e comprimerne i rendimenti arrivati alle stelle. Questo segnale è arrivato lo scorso 12 luglio: inflazione americana di giugno al 3%, in calo dal 4% del mese precedente e anche sotto le previsioni al 3,1% degli analisti.
Tutto è relativo, certo. Il dato di giugno -che indica la variazione annua del carovita- si confrontava col mese dell’inflazione record al 9,1% di giugno 2021. All’epoca fu una lettura così allarmante che spinse la Fed, il mese stesso, a iniziare una delle più dure stagioni di strette monetarie degli ultimi decenni. Non è detto quindi che dopo il dato al 3% non si possa assistere a qualche nuova fiammata, anche se il mercato ha reagito con un ottimismo che non si vedeva da tempo: in pochi giorni il rendimento del Treasury decennale americano è sceso di oltre il 5%, passando dal 4% a un minimo del 3,76%. Analogamente il Btp decennale italiano ha visto il rendimento contrarsi dal 4,4% al 4,1%.
L’ondata di acquisti in atto nelle ultime sedute (se il rendimento scende vuol dire che il prezzo sale, e quindi che il bond viene comprato) non si vedeva da tanto, e questo è un bene per chiunque avesse già in portafoglio le obbligazioni sovrane dei Paesi sviluppati e volesse venderle. Ma per gli investitori, soprattutto individuali, che decidessero di approcciarsi ora all’obbligazionario, si pone un dilemma: se non ci si affretta a comprare ora, ai rendimenti attuali, si rischia di perdere il treno del reddito fisso? Si corre il pericolo di non avere più occasioni di investimento laddove le banche centrali riprendessero a tagliare i tassi e le rese elevate tornassero a essere un miraggio?
Una doverosa premessa: sono ormai mesi che i mercati vedono arrivare una recessione della quale però non c’è ancora traccia. Un tradizionale indicatore di questa paura, negli Stati Uniti, è l’inversione della curva dei rendimenti: a fronte di un Treasury decennale che rende il 3,8% il biennale è al 4,7%, l’annuale al 5,3% e il semestrale addirittura al 5,5%.
Il dato sull’inflazione potrebbe rimescolare un po’ le carte in tavola: «Il mercato si è stancato del messaggio che sta arrivando la recessione -che ancora non è arrivata- e inizia a valutare la possibilità che la Fed possa non dover alzare i tassi», spiega Federico Polese, fondatore di Simplify Partners, che aggiunge: «Le aspettative che la Fed sia arrivata al picco sono più marcate rispetto a un mese fa: mentre prima ci si aspettava che i tassi sarebbero rimasti sopra il 5% almeno fino a marzo 2024, adesso quello che sconta la curva dei tassi è che il picco ci sia a settembre». Più difficili invece le implicazioni per l’Europa e la Bce. «Per ora non saprei ancora trarre dei paralleli», evidenzia Polese. «In questo momento», gli fa eco Daniele Bonanomi, fund manager di Pharus, «immaginiamo un rallentamento economico che ci sarà ma sarà lieve, ed è questo il principale driver di mercato».
Per gli investitori lo scenario fin qui descritto può essere ricco di opportunità, perché i rendimenti rimangono molto alti nel breve periodo mentre nel lungo termine si sta assistendo a una moderazione del rischio e della volatilità. I gestori sono tutti d’accordo su questo punto. «Ha senso sviluppare una strategia», osserva Bonanomi, «in cui si vada ad allungare la duration del portafoglio e si prenda posizione al contempo su bond governativi short term come alternativa alla liquidità». Un’argomentazione simile a quella che Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte, ha fatto a caldo subito dopo l’uscita dei dati dell’inflazione americana. «Da un punto di vista operativo», ha spiegato l’esperto, «i tassi governativi risultano essere al momento appetibili, cercando di lavorare sugli estremi della curva per sfruttare il buon rapporto rischio-rendimento del comparto a breve e i potenziali capital gain della parte entro i 10 anni».
Mentre Polese si spinge anche oltre, suggerendo un approccio cosiddetto barbell (letteralmente “a bilanciere”, quindi agli estremi dello spettro del rischio) che inserisca «da un lato titoli governativi risk-free con duration più lunga, dall’altro azionario». Dal canto suo il manager eviterebbe invece di comprare «high yield e investment grade, a meno che non si abbiano già in portafoglio temi molto particolari che si vogliono portare a scadenza».
Per i gestori insomma c’è una parte della curva, quella delle scadenze più lunghe, che sta tornando a essere una discreta coperta per giocare in difesa, e una parte breve in cui cercare rendimenti elevati, soprattutto negli Stati Uniti dove la curva è molto invertita. «Sicuramente se si vuole beneficiare dei rendimenti attuali l’ideale è investire fino a sei mesi in America e fino a 12 in Europa, andando sulle scadenze corte a meno che non ci sia la convinzione che i tassi scendano molto di più che al 4%», spiega Polese. Solo in quel caso, aggiunge, «è meglio giocarsi la duration fino a 10 anni».
Per Bonanomi invece anche tra le brevi scadenze è opportuno «cercare quelle un po’ più lunghe, ad esempio uno-due anni, per via del profilo di rischio e rendimento e anche per una questione di liquidità, dato che sulle scadenze brevissime è difficile trovarla».
Per chi scegliesse di investire in obbligazioni sovrane americane, magari cercando di cavalcare l’inversione della curva, non può infine essere trascurato l’aspetto valutario. Diretta conseguenza degli acquisti sui bond (e sulle azioni) dopo il dato dell’inflazione è stata infatti la fuga dal dollaro, tradizionalmente un asset rifugio, che ha portato l’euro a valorizzarsi di oltre il 2% sulla divisa americana (cambio da 1,1 a 1,12). «Il dollaro tendenzialmente si dovrebbe indebolire, quindi qualsiasi cosa si scelga di fare sui bond Usa comporta il rischio di avere la valuta contro», dice Polese. «Lato valute è sempre meglio, se possibile, mantenere il cambio coperto in un investimento obbligazionario», aggiunge Bonanomi, che invita però anche a non sottovalutare l’universo delle emissioni in euro. «Vediamo opportunità molto interessanti», conclude, «sia nel mondo corporate che sui governativi». L’azionario invece, guardando alle performance storiche, «ha dimostrato di poterne garantire di più elevate in termini assoluti, in grado di mettere in secondo piano la volatilità provocata dal rischio di cambio». (riproduzione riservata)