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Biennale di Venezia 2026: le artiste dominano la scena (e cambiano le regole)

In Laguna le donne conquistano i Padiglioni Nazionali: numeri in crescita, visioni politiche e poetiche e uno sguardo globale che riflette anni di cambiamento e nuove urgenze culturali

di Micaela Zucconi
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Artiste e curatrici popolano come non mai i Padiglioni Nazionali della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte La Biennale di Venezia (dal 9 maggio al 22 novembre 2026). Il tema In Minor Keys scelto dalla direttrice Koyo Kouoh (scomparsa nel maggio 2025) ha trovato un terreno fertile, preparato da «anni di femminismo, ricordo il movimento Mai Una Di Meno, e da una sempre maggiore consapevolezza», sottolinea Cecilia Canziani, curatrice del Padiglione Italia. «Un risultato, dovuto alla pressione costante del mondo dell’arte, da tradurre in un cambiamento istituzionale e pari opportunità al di là del contesto delle grandi mostre internazionali», aggiunge Maya Malou Lyse, che rappresenta il Padiglione della Danimarca con la mostra Things to Come (curatrice Chus Martínez), sul consumo di immagini capaci di influenzare immaginazione, ideologie e sfera biologica.

Da sinistra, Cecilia Canziani, curatrice Padiglione Italia, e l'artista Chiara Camoni. @Camilla Maria Santini
Da sinistra, Cecilia Canziani, curatrice Padiglione Italia, e l'artista Chiara Camoni. @Camilla Maria Santini

La lista è lunga: su 100 padiglioni nazionali, 29 sono rappresentati ciascuno da una singola artista (e da altrettante curatrici), i solo show al maschile sono 30, mentre le restanti partecipazioni accolgono artisti e artiste. Gentleman ha fatto una selezione delle più interessanti, a cominciare dal Padiglione Italia all’Arsenale, il bosco di 24 potenti figure firmate da Chiara Camoni. In Con te con tutto, le sculture, immerse nella penombra, invitano a fare spazio al sentire, alla meraviglia e alla lentezza, in sintonia con il tema della Biennale: abbracciare tonalità minori, in musica associate alla calma, al raccoglimento e alla riflessione.

Merike Estna espone al Padiglione dell'Estonia. @Marta Vaarik
Merike Estna espone al Padiglione dell'Estonia. @Marta Vaarik

Un invito accolto con i più diversi approcci. Il Padiglione della Finlandia (di cui ricorre il 70ª anniversario), ai Giardini, lo interpreta con l’Aeolian Suite di Jenna Sutela (a cura di Stefanie Hessler): un’esplorazione del vento tra scienza e poesia. It Never SSST è, invece, l’esposizione performativa di Miet Warlop (curatrice Caroline Dumalin) per il Padiglione del Belgio (ai Giardini): uno spazio di energia ed emozioni condivise, antidoto a un mondo disorientante. L’Estonia (al Patronato Salesiano Leone XIII) è presente con la pittrice Merike Estna con The House of Leaking Sky: uno studio dove i visitatori assistono alla nascita di un monumentale dipinto (curatrice Natalia Sielewicz).

It Never SSST è l’esposizione performativa di Miet Warlop, qui con l'opera Plaster Hands, per il Padiglione del Belgio.
It Never SSST è l’esposizione performativa di Miet Warlop, qui con l'opera Plaster Hands, per il Padiglione del Belgio.

Mentre l’artista Eglé Budvytyte, convinta che ci sia ancora tanta strada da fare e molto critica sull’ammissione di Russia, Israele e Stati Uniti, nel Padiglione della Lituania (alla Fucina del futuro, Castello) espone l’installazione filmica Animism sings anarchy, a cura di Louise O’Kelly, ispirata alla ricerca dell’archeologa Marija Gimbutas su comunità neolitiche animiste in Puglia.

L'artista Yto Barrada per il Padiglione della francia. @Benoit Peverelli
L'artista Yto Barrada per il Padiglione della francia. @Benoit Peverelli

La Francia, ai Giardini, è rappresentata dalla pluridisciplinare Yto Barrada, che indaga fenomeni culturali e racconti storici. In Comme Saturne (curatrice Myriam Ben Salah) gioca con l’immaginario associato al pianeta della malinconia. Predicting History: testing Translation (curatrice Ese Onojeruo) è l’installazione, per il Padiglione della Gran Bretagna, dell’artista Lubaina Himid, pioniera nel trattare temi relativi a femminismo, razza, memoria culturale e identità.

Sara Shamma a Venezia esplora il patrimonio culturale della Siria con l’installazione La Torre funeraria di Palmira. @Mohammad Azaat
Sara Shamma a Venezia esplora il patrimonio culturale della Siria con l’installazione La Torre funeraria di Palmira. @Mohammad Azaat

Dall’Europa al Medio Oriente, con l’artista Sara Shamma che, nel Padiglione della Siria, esplora il patrimonio culturale siriano con l’installazione La Torre funeraria di Palmira (Università Iuav di Venezia, a cura di Yuko Hasegawa): una condanna delle distruzioni e saccheggi perpetrati durante la guerra. Il Padiglione dell’Arabia Saudita (all’Arsenale) è affidato, invece, a Dana Awartani, con l’installazione site-specific Mai si asciughino le lacrime che piangi sulle pietre (curatrice Antonia Carver), dedicata all’eredità delle arti saudite e a una riflessione su cultura materiale e spiritualità, tra passato e presente.

Per il Padiglione del Pakistan, Faiza Butt ripercorre la storia del suo Paese con Puj-AB - A sublime Terrain. @Carlotta Cardana
Per il Padiglione del Pakistan, Faiza Butt ripercorre la storia del suo Paese con Puj-AB - A sublime Terrain. @Carlotta Cardana

In area asiatica, nel Padiglione del Pakistan, Faiza Butt, con Puj-AB – A sublime Terrain (curatrice Beatriz Cifuentes Feliciano), ripercorre la storia del suo Paese e le arti e mestieri a rischio di estinzione (ex Farmacia Solveni, Dorsoduro). Come artista donna, Butt è «orgogliosa di rappresentare uno Stato nazionale musulmano» e ricorda come nella grande storia dell’arte, le donne abbiano ottenuto visibilità solo in tempi relativamente recenti. Al Padiglione di Singapore (Arsenale), Amanda Heng Liang Ngim, artista multidisciplinare, pioniera dell’arte performativa, mette in scena A Pause (curatrice Selene Yap), un concentrato della sua decennale pratica di lavoro sul corpo e sui gesti quotidiani.

Per l’America del Sud infine, ecco il Padiglione del Brasile, con la mostra delle due rivoluzionarie dell’arte brasiliana Adriana Varejão e Rosana Paulin: il titolo Comigo ninguém pode (Con me non si scherza, ndr) coincide con il nome portoghese della pianta Dieffenbachia e gioca sulle ambivalenze del significato (curatrice Diane Lima). Si potrebbe continuare con uno sguardo alle artiste di Austria, Cipro, Corea del Sud, Croazia, Gran Bretagna, Granducato di Lussemburgo, Irlanda, Islanda, Nuova Zelanda, Perù, Regno del Marocco, Senegal, Turchia, Ucraina, Uruguay... Una creatività senza confini. (Riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 08/05/2026 08:08
Ultimo aggiornamento: 08/05/2026 08:08
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