La Bce e la Commissione Ue hanno espresso ieri preoccupazioni per l’applicazione del bail-in sui depositi non garantiti (cioè quelli sopra i 100 mila euro, mentre quelli sotto la soglia sono sempre protetti). «In alcune occasioni il bail-in dei depositanti non garantiti può alimentare instabilità finanziaria», ha osservato ieri il presidente della Vigilanza Bce Andrea Enria in un incontro del Single Resolution Board (Srb).
La Commissione Ue ha presentato proposte per cambiare la normativa sulle crisi bancarie, ma non è detto che l’ok dei governi arrivi in tempo per la fine della legislatura Ue. «La Commissione ha giustamente scelto una via di mezzo, consentendo alle autorità di risoluzione di escludere dal bail-in i depositanti non protetti quando ciò è giustificato da considerazioni di stabilità finanziaria», ha rilevato Enria che ha comunque escluso l’estensione illimitata della garanzia a tutti i depositi.
Nei giorni scorsi Luigi Federico Signorini, direttore generale della Banca d’Italia, ha invitato a valutare un incremento della soglia di 100 mila euro per i depositi garantiti (negli Usa arriva a 250 mila dollari).
Dopo la crisi finanziaria del 2008 alcuni Paesi europei, in primis la Germania, hanno spinto per la svalutazione di azionisti e creditori delle banche in crisi. Ma il bail-in dell’8% del passivo può essere problematico se coinvolge titoli considerati sicuri (come i senior) e soprattutto i depositi non garantiti. In questi casi ci possono essere rischi per la stabilità finanziaria a causa dei timori sui mercati e tra i risparmiatori. Perciò il bail-in di fatto non è mai stato applicato, neppure dalla Germania. Le recenti crisi delle banche Usa e di Credit Suisse hanno confermato la necessità di proteggere i correntisti (non i possessori di titoli rischiosi), se necessario anche con un sostegno pubblico.
Un’analisi del Srb, presentata ieri dal membro del board Sebastiano Laviola, ha mostrato che ci sarebbero 47 banche in 13 Stati Ue (17 significative e 30 di minori dimensioni, su 142 analizzate) che non raggiungerebbero la soglia dell’8% del passivo senza includere i depositanti nelle svalutazioni. Secondo le attuali normative perciò i correntisti in quegli istituti sarebbero a rischio perdite. Il pericolo c’è soprattutto nelle banche medio-piccole perché il loro passivo è costituito in prevalenza da capitale e depositi. La normativa proposta dalla Commissione permetterebbe di arrivare alla quota dell’8% con le risorse dei fondi di garanzia nazionali. Proprio l’intervento dei fondi era stato impedito nel 2015 dalla direzione Concorrenza guidata da Margrethe Vestager (prima della doppia bocciatura di Tribunale e Corte Ue che ne ha ripristinato l’uso). Le banche potrebbero colmare il gap di funding anche con la vendita di asset.
Ieri anche John Berrigan, direttore generale della divisione servizi finanziari (Fisma) della Commissione Ue, ha rilevato che il bail-in dei depositi non protetti ha «un alto rischio di minare la fiducia dei correntisti e di minacciare la stabilità finanziaria». Berrigan ha osservato che azioni e titoli Mrel resteranno la prima linea di difesa sull’assorbimento delle perdite nelle crisi, ma «occorre prepararsi per casi estremi». Finora, ha aggiunto, le risoluzioni «hanno funzionato in teoria, molto meno nella pratica». Le nuove proposte saranno «un’evoluzione, non una rivoluzione», ma secondo Berrigan «estendere le risoluzioni senza adeguato funding rischia di complicare gli attuali problemi». Enria ha sottolineato, come aveva fatto nell’intervista a Milano Finanza del 22 luglio, che i fondi di tutela Ue hanno dimensioni paragonabili a quelli Usa. Ma finora l’utilizzo in Europa è stato vincolato a condizioni molto più stringenti, a cominciare dal bail-in dell’8% del passivo. (riproduzione riservata)