La stima flash di Eurostat ha segnalato per l’area dell’euro l’inflazione in calo a marzo al 2,4% dal 2,6% di febbraio. Ci si avvicina progressivamente al target del 2% che segnala una condizione di stabilità monetaria nel cui perseguimento consiste il mandato conferito alla Bce dal Trattato Ue. Finalmente, visti i dati sui prezzi, si è rotto il fronte dei sostenitori dell’attesa di giugno per procedere al taglio dei tassi di riferimento da parte della Bce dopo aver analizzato a maggio i numeri relativi ai salari nell’Eurozona.
Già martedì il governatore della Banca di Francia Villeroy de Galhau non aveva escluso che una riduzione possa essere decisa anche nella riunione del consiglio direttivo dell’Istituto centrale dell’11 aprile prossimo. Su queste colonne nei giorni scorsi avevamo messo in luce la contraddizione tra il sostenere che si avverano le condizioni che rendono possibile un taglio dei tassi - si veda, da ultimo, la ribadita convinzione in tal senso del governatore Fabio Panetta nella Relazione al bilancio della Banca d’Italia - e il rinvio a giugno di una concreta decisione al riguardo. Una dichiarazione secondo una linea abbastanza vicina a quella di Galhau è stata fatta dal membro italiano del comitato esecutivo della Bce Piero Cipollone. Comincia per di più ad apparire un orientamento che intende prescindere dalle scelte che ha compiuto o potrà compiere la Federal Reserve.
In sostanza, a una valutazione positiva dell’andamento dell’inflazione consegue, in altre posizioni, la necessità di verificare se spinte in senso contrario al calo possano venire da accordi in materia salariale nell’area. Ciò dopo avere comunque già effettuato una prima verifica con il risultato di non trovare fin qui motivi di preoccupazione. Anzi, nel discorso di Panetta tenuto il 10 febbraio scorso al congresso Assiom-Forex di Genova, un calibrato aumento dei salari secondo una logica di recupero rispetto alle perdite subite per l’inflazione veniva apertamente ritenuto fisiologico, addirittura facendo passare in secondo piano l’attenzione agli investimenti, magari nel convincimento che il maggiore onere dei salari finisca con lo stimolare un impegno per migliorare la produttività totale dei fattori; un tema, quest’ultimo, su cui da tempo e in una recente pubblicazione («Le conseguenze economiche dell’euro», edizioni Cantagalli) insiste, in sede scientifica, Antonio Fazio.
Tutto bene, comunque, viste queste aperture? No. Il fatto è che i componenti del board Bce proseguono nel loro atteggiamento da osservatori o opinionisti, anche nel modo di rivolgersi all’istituto quasi ab externo, invitandolo a prendere determinate decisioni ma dimenticando che i richiedenti in questione ne sono essi stessi parte. È all’interno del direttivo che bisogna agire e ricercare le necessarie convergenze. Diversamente, è come se membri dell’esecutivo di un Paese dicessero in convegni e in interviste ciò che il governo, secondo loro, dovrebbe fare anziché sostenerlo nelle sedi a ciò deputate e con i mezzi a disposizione dei ministri. Si può obiettare che è accaduto anche questo; ma si è trattato di un’anomalia e non ha, almeno finora, preso piede. Non si può, in sostanza, stare al governo e all’opposizione e ciò vale, in particolare, per tutti gli organi collegiali.
A maggior ragione, se si tratta di una banca centrale che è bene avvertita dell’importanza delle parole e della comunicazione in generale. Cosa devono pensare istituzioni, investitori, risparmiatori, operatori in generale di questo dibattito all’aperto nel quale con adeguate motivazioni alcuni sostengono una certa scelta che altri, magari senza esprimersi in pubblico, bocciano nelle sedi previste? Come, in questo modo, si corrisponde a un’esigenza di orientamento che, anche se si ripudia troppo sbrigativamente la forward guidance, è un dovere per una banca centrale? O si deve pensare che ormai in essa si è introiettata la prassi propria di partiti e della lotta politica e delle correnti? In alcuni casi, accade che si diano, da singoli governatori facenti parte dell’Eurosistema, dei messaggi come se si fosse in possesso del pieno potere decisionale in materia di politica monetaria e di tassi di interesse. Ma ciò era valido - pensiamo all’Italia - quando le leve della politica monetaria erano tutte nella disponibilità della Banca d’Italia e, dunque, del governatore il quale aveva pieni poteri.
Oggi non è più così, con il trasferimento alla Bce delle relative attribuzioni. Il singolo che parla è solo uno di un organo formato dai sei componenti dell’esecutivo e dai governatori dell’Eurosistema. Di ciò bisognerebbe tenere rigorosamente conto, a meno che non si voglia un liberi tutti che confinerebbe con la confusione e la produzione di disorientamento. Torna qui, in ogni caso, il problema della comunicazione che rappresenta il grande deficit della Bce. Riprendendo, però, la valutazione del calo dell’inflazione, a questo punto si dovrebbe escludere che quella del prossimo giorno 11 possa essere una riunione di mera transizione. (riproduzione riservata)