L’ultima stretta sui tassi è stata oggetto di un acceso dibattito nel consiglio direttivo Bce. Il 14 settembre è stato deciso un ulteriore aumento di 25 punti base, ma alcuni membri avrebbero preferito una pausa. È stato evidenziato «il rischio di ripetere la situazione del 2011», quando il rialzo dei tassi è stato rapidamente annullato dalla Bce per le conseguenze economiche della crisi del debito sovrano. Nei verbali della riunione pubblicati ieri sono emerse le differenti opinioni nel consiglio, anticipate in breve dalla presidente Christine Lagarde nella conferenza del 14 settembre.
I falchi hanno spinto sulla stretta ulteriore per la revisione al rialzo delle proiezioni sull’inflazione nel 2023 e 2024, nonostante il calo di quella attesa nel 2025 e l’orientamento di medio termine della banca centrale. Ma soprattutto i governatori a favore del rialzo hanno voluto dare «un segnale» sulla determinazione Bce contro l’inflazione. Questi banchieri centrali hanno temuto che una pausa potesse indicare «una maggiore preoccupazione del consiglio per una potenziale recessione rispetto all’inflazione troppo alta».
Le colombe nel consiglio hanno replicato che i rialzi di 425 punti base allora già varati erano una «dimostrazione sufficiente» dell’impegno Bce sull’inflazione. Inoltre hanno ricordato che la banca centrale si è sempre dichiarata «dipendente dai dati»: in tal senso le indicazioni economiche da luglio non segnalavano la necessità di un ulteriore aumento, a causa dell’indebolimento dell’economia e dell’atteso ritorno dell’inflazione al 2% nel medio termine. Inoltre i banchieri centrali più cauti hanno osservato che gran parte dell’effetto delle strette varate doveva ancora manifestarsi e probabilmente non era stato del tutto considerato dalla Bce. «I rischi al ribasso per la crescita potrebbero essere significativi», è stato osservato.
La pausa per le colombe avrebbe avuto «il vantaggio di fornire il tempo necessario per valutare l’impatto delle decisioni precedenti» sull’economia e sull’inflazione, in grado di scendere senza un ulteriore aumento dei tassi. Invece il nuovo rialzo, come è stato osservato, ora espone la Bce a un errore come quello del 2011 sotto la presidenza di Jean-Claude Trichet.
Un punto critico è che la trasmissione della stretta monetaria al credito sta procedendo «in modo più forte delle attese», è scritto nelle minute. «L’analisi dello staff ha suggerito che l’impatto è andato oltre il consueto modello di trasmissione». C’è così il rischio di una restrizione eccessiva capace di creare un danno non necessario per l’economia. L’ultimo taglio di Eurostat del pil dell’Eurozona nel secondo trimestre, non considerato nelle stime Bce, ridurrà la crescita. Nel frattempo le aspettative di inflazione sono rimaste ancorate al 2% e i salari non sono saliti oltre le attese. E il dato dell’inflazione di settembre, arrivato dopo il consiglio, ha mostrato un ulteriore calo al 4,3%.
Per questi motivi oggi anche i falchi non mostrano interesse a nuovi rialzi. Alcuni invece iniziano a spingere per uno stop anticipato ai reinvestimenti di titoli del Pepp, che oggi sono la prima linea di difesa sugli spread, rimarcando che il recente allargamento del divario Btp-Bund è legato solo alle misure del governo italiano.
Intanto il consiglio Bce dovrebbe comunicare il 18 ottobre la decisione sul passaggio alla fase successiva sull’euro digitale che potrebbe avere un limite di 3 mila euro per persona, come ha detto ieri a Marrakech Fabio Panetta, membro del board Bce. Un report di Andrea Filtri di Mediobanca ha evidenziato la necessità per le banche di muoversi in tempo sull’euro digitale. Panetta ha evidenziato che la Bce «non vuole destabilizzare il settore bancario, ma fornire un mezzo di pagamento che è un bene pubblico». (riproduzione riservata)