Barolo, neanche Giacosa si salva
Le bottiglie in formato magnum della Riserva de Le Rocche sono calate del 16,3%. I jeroboam da tre litri hanno guadagnato invece lo 0,99%

Bruno Giacosa era già un mito quando acquistò nel 1982 un grande vigneto a Serralunga d’Alba e lì edificò la cantina in cui da quel momento avrebbe vinificato per la prima volta dei Barolo con uve di sua proprietà. Aveva costruito la propria fama realizzando con la sua azienda Bruno Giacosa di Neive vini intensamente profumati e strutturati esclusivamente con uve nate nelle zone più vocate delle Langhe, che conosceva a fondo una a una, ma erano uve acquistate da altri.
Invece ai Barolo di Serralunga, interamente suoi, non avrebbe dato il proprio nome ma quello del vigneto, Falletto, in omaggio a ciò che i francesi chiamano terroir. Dal cru di questo terroir, Le Rocche, Giacosa ha ricavato da allora il suo Barolo più ambizioso, una Riserva che realizzava soltanto nelle annate che considerava migliori (talvolta in disaccordo con la designazione ufficiale) con una procedura rigorosamente tradizionale: macerazioni di tre settimane, maturazione in botti da 5 mila litri in rovere francese.
Nonostante l’estrema rarità di questo vino, soprattutto quando è in bottiglie di formato speciale, compaiono in tabella le attuali quotazioni di dieci annate di magnum e sei di jeroboam da tre litri, a confronto ove possibile con quelle del 2022. Il ribasso, pressoché inevitabile in questo momento storico, con due guerre in corso, è stato complessivamente del 6,80% ma non ha colpito entrambi i formati: mentre le quotazioni delle magnum sono state ridimensionate in misura piuttosto accentuata, del 16,3%, i jeroboam da tre litri hanno guadagnato lo 0,99%. (riproduzione riservata)
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