Bankitalia rivede al ribasso le stime del pil diffuse a luglio scorso a +0,7% quest'anno e a +0,8% nel 2024, mentre conferma una crescita dell'1% nel 2025. È quanto emerge dall’ultimo Bollettino economico di Bankitalia che spiega come l'inatteso risultato negativo relativo al secondo trimestre dell'anno in corso è il principale elemento alla base della revisione sia per il 2023 (-0,6 punti percentuali) sia, attraverso un effetto di trascinamento, per il 2024.
In Italia la fase ciclica ha mostrato di recente una spiccata volatilità. Dopo il forte rialzo nel primo trimestre, il pil si è ridotto nel secondo trimestre, rispecchiando la flessione del valore aggiunto nell'industria e il venire meno dell'espansione nei servizi, pressoché ininterrotta dalla primavera del 2021 a seguito delle progressive riaperture dopo la crisi pandemica. Nel terzo trimestre l’attività sarebbe rimasta ancora fiacca sia nella manifattura sia nel terziario. Dopo la diminuzione del secondo trimestre, è proseguita la fase di debolezza dell’attività economica in Italia, estesa sia alla manifattura sia ai servizi. Gli indicatori confermano la debolezza della domanda interna, che riflette l'inasprimento delle condizioni di accesso al credito, l'erosione dei redditi delle famiglie dovuta all'inflazione e la perdita di vigore del mercato del lavoro. Le esportazioni risentono sia della scarsa vivacità della domanda mondiale, sia dell’attività economica nell’area dell’euro.
L’acuirsi delle tensioni geopolitiche, il peggioramento dell'economia cinese e la maggiore rigidità delle condizioni di offerta del credito in Italia, così come nel complesso dell'area dell'euro, si configurano come rischi al ribasso per la crescita economica. Le tensioni internazionali, in particolare connesse con il conflitto in Ucraina e con i gravissimi sviluppi degli attacchi terroristici in Medio Oriente, costituiscono un fattore di rischio rilevante per le condizioni cicliche globali, che potrebbero inoltre risentire degli effetti di una dinamica più debole dell'economia cinese.
L'inflazione si ridurrebbe al 2,4% nel 2024 (dal 6,1% del 2023) e all'1,9% nel 2025. Dall’ultimo Bollettino economico di Bankitalia emerge che il calo riflette il netto rallentamento dei prezzi all’importazione, determinato soprattutto dalla flessione in termini tendenziali dei corsi delle materie prime energetiche. L’inflazione di fondo scenderebbe al 2,3% nel 2024 (dal 4,6% del 2023) e all’1,9% nel 2025, in linea con il progressivo svanire degli effetti dei passati rincari energetici e con il rallentamento della domanda interna. Le proiezioni di inflazione si discostano poco da quelle delle altre organizzazioni per il 2023 e sono leggermente inferiori per il 2024.
I rischi per l'inflazione risultano bilanciati: quelli al rialzo sono connessi con un ulteriore rincaro delle materie prime e con una minore velocità di trasmissione della recente discesa dei costi di produzione; un deterioramento più marcato e persistente della domanda aggregata costituisce invece il principale rischio al ribasso.
La quota dei nuclei familiari che hanno riportato almeno qualche difficoltà a sostenere le spese mensili è cresciuta nella prima parte del 2023 rispetto al complesso del 2022. È quanto emerge da un sondaggio sperimentale di Bankitalia presso circa 1.900 famiglie, condotto tra agosto e settembre e contenuto nell'ultimo Bollettino economico. In primavera i consumi delle famiglie hanno decelerato, riflettendo il ristagno del potere d'acquisto. Gli indicatori congiunturali più recenti prefigurano anche per il terzo trimestre una complessiva debolezza della spesa, più accentuata per i beni che per i servizi.
Il mercato immobiliare risente dell'aumento del costo dei mutui. Secondo Bankitalia, i consumi continuerebbero a espandersi, sostenuti dalla progressiva riduzione dell'inflazione e dal graduale rafforzamento della dinamica salariale, sebbene meno intensamente rispetto allo scorso biennio (5,1% in media), quando avevano beneficiato della normalizzazione delle abitudini di spesa seguita alle riaperture. La spesa delle famiglie crescerebbe intorno all’1% all'anno per tutto il triennio di previsione 2023-25. Il tasso di risparmio, pari al 6,5% nella prima metà dell'anno, aumenterebbe leggermente nel triennio, rimanendo al di sotto dei valori medi precedenti la crisi pandemica.
Il governo ha disposto per il quarto trimestre dell'anno alcuni interventi per mitigare gli effetti degli aumenti dei prezzi dei beni energetici che, nel complesso non impatterebbero sull'indebitamento netto in quanto i costi sarebbero coperti, in particolare, da risparmi sugli oneri di misure precedenti.
Il saldo di conto corrente è tornato marginalmente positivo, grazie al calo del disavanzo energetico in primavera; gli investitori non residenti hanno manifestato un forte interesse per i titoli pubblici italiani. La posizione creditoria netta sull'estero è cresciuta. Prosegue il miglioramento del saldo debitorio di target. Il rapporto debito pubblico/pil è soggetto a rischi al rialzo.
Nel secondo trimestre il flusso di nuovi prestiti deteriorati in rapporto al totale dei finanziamenti si è mantenuto stabile all’1%, al netto dei fattori stagionali e in ragione d'anno. L'indicatore è rimasto pressoché invariato per i prestiti alle imprese, all’1,7%, mentre è aumentato di 20 punti base per quelli alle famiglie, raggiungendo lo 0,8%. L'incidenza dei crediti deteriorati sul totale dei finanziamenti sia dei gruppi bancari significativi sia delle banche meno grandi si è mantenuta stabile nel secondo trimestre del 2023, al lordo e al netto delle rettifiche di valore. Il tasso di copertura di questi crediti è fondamentalmente immutato per entrambe le categorie di banche.
Il gettito dell'imposta straordinaria per l'anno in corso a carico delle banche, introdotta dal governo a inizio agosto, e poi significativamente modificata nel corso dell'esame parlamentare per la conversione in legge, dipenderà dalle scelte delle singole banche riguardo al pagamento dell'imposta o alla creazione di riserve. La versione definitiva del provvedimento prevede che la base imponibile sia determinata in funzione della variazione dei margini di interesse e che l'aliquota sia pari al 40%; il prelievo non può comunque superare lo 0,26% del valore dell'attivo ponderato per il rischio relativo all'esercizio antecedente a quello in corso al 1° gennaio 2023. Per la quasi totalità delle banche l'ammontare dell'imposta sarebbe determinato dal vincolo basato sull'attivo ponderato per il rischio. La norma prevede inoltre che, in luogo del versamento, i singoli istituti di credito possano destinare a una riserva non distribuibile un importo pari a due volte e mezzo l'imposta dovuta.
Le banche italiane si attendono un nuovo inasprimento delle politiche di concessione dei finanziamenti, indebolendone la dinamica e un ulteriore inasprimento dei criteri per la concessione del credito alle imprese.
Il rendimento dei titoli di Stato italiani sulla scadenza decennale è significativamente aumentato rispetto alla prima decade di luglio - influenzato dal rialzo dei tassi ufficiali e dalle attese di un rallentamento dell’attività economica - collocandosi alla fine della prima settimana di ottobre al 4,9%, con un incremento di oltre 50 punti base. Il peggioramento delle prospettive di crescita e il conseguente impatto sui conti pubblici hanno contribuito a un rialzo del differenziale di rendimento del titolo decennale rispetto ai titoli pubblici tedeschi a partire dalla fine di agosto; vi ha concorso anche un contenuto incremento del rischio di ridenominazione percepito dagli investitori. Nel complesso del periodo il differenziale è aumentato di 31 punti base, portandosi all'inizio di ottobre a 203 punti base, il massimo dallo scorso dicembre.
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