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Banche, i numeri dell’investment banking in Italia: in cinque mesi 650 milioni di ricavi. Ecco le divisioni più remunerative
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Banche, i numeri dell’investment banking in Italia: in cinque mesi 650 milioni di ricavi. Ecco le divisioni più remunerative

07 giugno 2024, 22:00 Ultimo aggiornamento: 22:55

Quello registrato nel 2024 è il secondo miglior inizio anno dal 2018. In Italia l’investment banking è trainato dalle divisioni debt capital market e m&a. L'equity capital market soffre l’assenza di grandi ipo 

Una partenza così non si vedeva da tempo. Dal 2021 per la precisione, anno in cui l’investment banking ha rimesso il turbo dopo aver rallentato i giri nella pandemia. In soli cinque mesi la divisione ha garantito a banche e altri intermediari finanziari attivi in Italia quasi 650 milioni di ricavi: il secondo miglior risultato degli ultimi sei anni, dietro solo ai 700 milioni del 2021 (fonte Dealogic). Non poteva essere altrimenti con la liquidità ancora abbondante sui mercati e le banche centrali che sono pronte (o come la Bce hanno già iniziato) ad allentare la stretta monetaria.

I dati fanno ben sperare anche se non è detto che l’investment banking regga questo ritmo fino a dicembre. Gli esperti pensano di sì, ma in ogni caso c’è un trend già evidente. La divisione ha scavato un solco rispetto al pre-pandemia, quando i ricavi non raggiungevano i 400 milioni nei cinque mesi, mentre negli ultimi quattro anni la media è di 600 milioni.

Pioggia di bond

L’investment banking ha quattro anime: prestiti, m&a, equity capital market (ecm) e debt capital market (dcm). Quest’ultimo comparto offre assistenza a chi deve raccogliere capitale emettendo strumenti di debito e ha garantito i maggiori incassi: 293 milioni, ben più dei 216 milioni dell’anno scorso. Del resto il 2024 è stato ancora l’anno del Btp Valore, lo strumento pensato per i piccoli risparmiatori che ha battuto tutti i record nella terza edizione di fine febbraio (18,31 miliardi).

Con il Mef hanno gioito anche le banche responsabili del collocamento, le italianissime Intesa Sanpaolo e Unicredit, che poi sono passate dall’altro lato della barricata perché hanno lanciato due bond da circa 2 miliardi. In realtà l’emissione più corposa dopo quella del Tesoro è di Eni (poco più di 2 miliardi). Settore energy, quindi, che conquista la scena con un’altra grande partecipata statale, Enel (1,73 miliardi). La lista è lunga. In questi mesi molte società hanno dovuto rinnovare bond in scadenza. Altrettante, invece, hanno approfittato di una finestra positiva sui tassi che, da un lato, scontavano già i futuri tagli e, dall'altro, garantivano una forte domanda visti i rendimenti ancora alti.

Bentornate acquisizioni 

La divisione m&a tallona quella dcm. Il settore si è ripreso: in cinque mesi sono state annunciate operazioni del valore pari all’intero 2023 (25 miliardi), anno salvato dal deal sulla rete Tim (22 miliardi su 50 totali). Da gennaio gli advisor finanziari hanno incassato 261 milioni di ricavi (198 nel 2023), una partenza niente male che però impallidisce se confrontata con i 345 milioni di fatturato del 2022. Anno d’oro, con operazioni per 67 miliardi di valore svelate in cinque mesi, cifra salita a fine anno a 91 miliardi.

Tornare a questi livelli non sarà facile, anche se il taglio dei tassi dovrebbe ridare linfa al mercato e quindi alle commissioni. Il dato positivo è l’aumento della taglia dei deal (per esempio, Swisscom comprerà le attività italiane di Vodafone a 8 miliardi). Senza contare che gli esperti prevedono un secondo semestre migliore del primo grazie ai settori financial services, industrial ed energy.

Il terzo incomodo 

I ricavi garantiti dalla divisione loan (prestiti) pesano molto meno di quelli generati da quelle dcm e m&a. L’ultimo gradino del podio però non deve ingannare perché la sezione è cresciuta rispetto al 2023. In dodici mesi il suo fatturato è quasi raddoppiato, passando da 35 a 58 milioni. Certo, la cifra è ben inferiore agli 81 milioni del 2021, quando i lockdown dell’anno precedente avevano fermato molte aziende costringendole a chiedere un prestito per sopravvivere.

Così nel 2024 la domanda è scesa a 19,4 miliardi dai 32 miliardi dei primi cinque mesi del 2021. Un trend positivo a dimostrazione della tonicità dell’economia italiana, che da anni cresce più di quella francese e tedesca. Ma i prestiti non servono solo a chi rischia di fallire: occorrono anche per crescere. Vedi Mundys dei Benetton (2 miliardi), che con Florentino Perez ha dovuto far fronte all’aumento di capitale da 1,3 miliardi di Abertis.

Cercasi ipo 

Non è un caso se nell’investment banking l’equity capital market occupa l’ultimo posto per ricavi. La divisione è l’unica ad aver avuto un inizio anno peggiore del precedente (35 vs 39 milioni). E non si tratta di un caso isolato, bensì di un trend generalizzato: a parte la parentesi del 2021 (53 milioni), negli ultimi tre anni il fatturato di gennaio-maggio non ha mai superato i 40 milioni. Tra le quattro divisioni, l’ecm è la sola a non essersi ripresa dalla pandemia, quando gli incassi per gli advisor finanziari oltrepassavano gli attuali. Eppure il mercato regge perché i primi cinque mesi del 2024 sono i migliori degli ultimi sei anni per valore delle operazioni. Come nel dcm lo Stato la fa da padrone grazie alla dismissione di quote di Eni e Mps (a breve seguirà Poste).

L’altro grande attore è Campari, che ha finanziato parte dell’acquisizione di Courvoisier con un accelerated bookbuild. Per non parlare di Silk Road, socio cinese che è uscito dal capitale di Pirelli. Queste operazioni hanno un elemento in comune: nessuna è un’ipo, assenti nelle prime dieci operazioni. Ecco perché la divisione ecm arranca rispetto alle altre in un Paese, l’Italia, dove le grandi quotazioni mancano, a differenza delle opa di peso (vedi Tod’s). Golden Goose potrebbe invertire il trend con la più grande ipo del 2024 (la valutazione supera i 3 miliardi). La speranza è che non si tratti di un caso isolato. (riproduzione riservata)



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