Le successioni alla guida delle banche centrali, come pure della Vigilanza bancaria, debbono essere l'occasione per valutare eventuali ripensamenti e innovazioni nelle strategie e nell'impostazione dell'esercizio della funzione. Ora è il caso della Vigilanza Bce, al cui vertice è stata designata la tedesca Claudia Buch. Una volta concluso il procedimento di nomina e in attesa di insediarsi a gennaio, dopo la scadenza del mandato di Andrea Enria, sarebbe opportuno che la neo-presidente cominciasse a riflettere sull'ipotesi di revisione di alcuni indirizzi della supervisione che hanno suscitato fondate critiche. Prima fra tutte quella che riguarda la partecipazione di esponenti della Vigilanza alle sedute dei cda delle banche vigilate, di cui si torna ora a parlare dopo che nei mesi scorsi il tema era stato affrontato con un formale intervento di Lorenzo Bini-Smaghi in cui si rappresentavano fondate perplessità.
Le risposte venute dal vertice della Vigilanza, anche mercoledì scorso, oscillano tra la sottolineatura della non sistematicità di tali presenze e la valutazione della loro essenzialità ai fini di un giudizio sulla governance: una contraddizione patente. Non sfiora la mente dei controllori il passo che con questa presenza si compie verso l'ingerenza nei confronti di quelle fasi che costituiscono interna corporis degli istituti. Neppure si valuta che tale partecipazione può finire con l'alterare le posizioni dei consiglieri, magari inducendo a forme di autocensura o di ammorbidimento di posizioni. Va ricordato che allorché, agli inizi degli anni ‘80, fu decisa da Banca d'Italia la soppressione della norma che prevedeva la presenza del delegato dell'Organo di Vigilanza alle sedute dei cda degli istituti di credito di diritto pubblico, la decisione riscosse unanimi consensi. Invece Guido Carli in un’importante trattativa sindacale che avrebbe portato alla riforma del regolamento del personale di Bankitalia, sostenne che alla fine sarebbe stato disposto all'impiego di un registratore di tutto il negoziato, ma avvertiva che ciò avrebbe molto probabilmente compromesso la spontaneità e la validità dialettica della trattativa. Da ciò si possono trarre insegnamenti anche per l’oggi.
Ma non è solo il rapporto Vigilanza-governance che va riesaminato. Vi sono anche le disposizioni che riguardano le banche less significant, che trascurano i principi della ragionevolezza, proporzionalità, adeguatezza e sussidiarietà, nonché quelle per le quali in determinate condizioni scatta l'assoggettamento alla Vigilanza bancaria anche di un intero gruppo che, accanto alle partecipazioni creditizie, eserciti altre prevalenti e più numerose attività non bancarie.
Non sarà inutile una riflessione sulla stessa latitudine della supervisione, dimentica del carattere della territorialità della Vigilanza, della sua vicinanza ai soggetti vigilati non sostituibile dalla telematica, ricordando che l'innovazione della Vigilanza unica del 2014 poggia su un accordo intergovernativo che deroga palesemente al Trattato Ue, il quale prevede l'accentramento della supervisione solo per compiti specifici di Vigilanza prudenziale. Un contrasto che finora si è fatto di tutto per non evidenziare. Insomma, non poco vi è da rivedere, se vi è la volontà e la competenza di agire in questo senso.
Anche in Banca d'Italia il prossimo governatore, Fabio Panetta, si cimenterà verosimilmente con innovazioni in diversi versanti, non ultimo quello dei rapporti con Bce e Vigilanza unica, che potrà affrontare nella sua privilegiata posizione di profondo conoscitore di Via Nazionale e al tempo stesso di non comune conoscitore della Bce, a partire da quando svolgeva la funzione di accompagnatore del governatore - per primo, Antonio Fazio - alle sedute del consiglio direttivo.
Intanto, proprio prendendo spunto dalla meritoria iniziativa di recente avviata con il Viaggio con la Banca d'Italia nei territori (oggi si svolgerà a Firenze) per illustrare l'attività dell’Istituto e soprattutto coinvolgere le comunità locali sui temi dell'educazione finanziaria, più in generale, dell'economia e della finanza, si deve osservare che il tema delle filiali dell'Istituto resta fondamentale. A suo tempo è stata operata una drastica riduzione del loro numero, senza considerare le ipotesi di un rafforzamento dei loro compiti con riferimento alle economie locali e ai rapporti istituzionali sul territorio. È un ruolo, quello delle filiali, che non può essere surrogato da relazioni a distanza, online. Al numero di 38 si è arrivati con una vista corta dopo che originariamente era previsto l'insediamento in ogni capoluogo di provincia. Ricordo che l’allora governatore Carlo Azeglio Ciampi duramente contestò e mise fine a iniziative di due direttori centrali che avevano promosso uno studio sulla chiusura di un certo numero di filiali. Mai, disse, avrebbe voluto essere ricordato per colui che aveva soppresso le filiali. Il governatore Fazio, del pari contrario alla chiusura, vedeva le filiali come presenza dello Stato sul territorio. Si tratta ora di stabilizzare l'assetto della rete e di riflettere su compiti d'interesse generale, guardandosi dall'esaminare solo nuove riduzioni (anche perchè di questo passo si sa dove si comincia, ma non dove si arriva). Si ha totale fiducia nelle decisioni che Panetta adotterà, non motivate solo da fattori interni. Piace ripetere che l'Istituto è al servizio del Paese. Sarà bene che non ci si dimentichi di ciò quando si esaminerà lo stato e le prospettive della rete. (riproduzione riservata)