I titoli dell’auto vanno in retromarcia. È l’inevitabile conseguenza della crisi che sta colpendo il settore. Sebbene i segnali ci fossero, dalla frenata del mercato dei veicoli elettrici all’aumento della concorrenza da parte dei costruttori cinesi, si tratta di una crisi che sta assumendo proporzioni probabilmente inattese e che superano ogni tipo di previsione.
Le ruote, soprattutto quelle dei produttori tradizionali che più soffrono la transizione green, si sono davvero completamente sgonfiate e c’è il rischio di una caduta ulteriore delle loro azioni in borsa? Oppure si è toccato il fondo e si può cominciare a pensare a una risalita? Questa è la domanda che si pongono analisti e investitori, ma la risposta è inevitabilmente un rebus.
Tutto ha origine dalla serie di profit warning lanciati quasi uno dietro l’altro nelle ultime settimane dei colossi tedeschi dell’auto. Hanno iniziato Bmw, Volkswagen e Mercedes abbassando le stime sui profitti per quest’anno per colpa soprattutto del calo delle vendite in Cina, mercato fondamentale per loro. Volkswagen l’ha addirittura fatto una seconda volta e nel frattempo ha annunciato una sovrapproduzione in Europa di 500 mila auto e la probabile chiusura di impianti in Germania. Questa settimana, poi, si è aggiunto a loro un altro colosso dell’auto non soltanto europeo: Stellantis.
Andando però con ordine, la crisi nasce in Germania. Per le tedesche il problema è il pesante calo delle vendite nel più grande mercato automobilistico del mondo, causato sia dalla crescente concorrenza dei produttori locali (dominatori sull’elettrico) che dal rallentamento dell’economia cinese. Secondo l’ultima analisi di Barclays, però, le difficoltà affrontate dai principali produttori di auto europei potrebbero essere arrivate al picco. I tagli dei tassi d’interesse in atto e i massicci pacchetti di stimolo all’economia della Cina, secondo Barclays, potrebbero aprire le porte a una ripresa per i produttori di auto.
Per gli analisti le complessità delle sfide strutturali a cui sono chiamate le case europee sono già scontate dai prezzi delle loro azioni in borsa, che in effetti avevano iniziato a scendere già nel secondo trimestre dell’anno, ben prima dei profit warning. Che però non si possono ignorare, motivo per il quale il rating di Barclays su Mercedes è sceso da overweight a equal weight con target price calato da 76,5 a 65 euro, mentre il rating di Porsche è stato abbassato da equal weight a underweight con target price ridotto da 42,5 a 35 euro. Eppure ora, con queste valutazioni, c’è un significativo potenziale di rialzo per i produttori di auto europei, secondo gli esperti, anche se continuano a incontrare difficoltà in Cina.
Attenzione però al rischio dazi (votati dall’Ue venerdì 4): le ritorsioni di Pechino possono fare male alle tedesche. Mercedes è la più esposta al mercato cinese, con il 33% delle sue vendite realizzate nel Paese nella prima metà del 2024. Per Bmw il 27% del fatturato arriva dal mercato cinese, il 18% per Porsche. Sui downgrade degli analisti a Mercedes e Porsche influisce soprattutto questo aspetto.
Ma nel mirino di Barclays non sono finite soltanto le tedesche. Stellantis, che è stata subito declassata da diversi analisti dopo il profit warning di lunedì 30 settembre, si è vista quasi dimezzare il target price da parte della banca inglese: da 23 a 12,5 euro, con rating tagliato da overweight a equal weight.
Nessun big dell’auto ha perso quest’anno in borsa quanto il gruppo guidato da Carlos Tavares (in procinto di lasciare la carica di ad alla scadenza del mandato nel 2026). Ma per Stellantis il problema, da cui è scaturito il profit warning (con un taglio del margine dal 10% al 5,5-7% e il free cash flow industriale atteso tra -5 e -10 miliardi invece che positivo), è di natura completamente diversa: sono calate le vendite e ci sono troppe scorte negli Usa, il mercato più profittevole.
Come molti altri analisti, anche quelli di Barclays hanno affermato che l’allarme di Stellantis, forse tardivo, sulle vendite più lente negli Stati Uniti ha sollevato dubbi sulla capacità dell’azienda di avviare nuove iniziative di dividendi, guardando anche al 2025, e di riacquisto di azioni. «Stellantis però ha sempre fatto del Total Shareholder Return (Tsr) uno dei pilastri chiave della sua storia azionaria», ricordano da Barclays, «quindi rimane un’area di particolare interesse e scrutinio da parte del mercato» e che potrebbe penalizzare il titolo: il gruppo rischia di non essere più la macchina da soldi che è stata finora. (riproduzione riservata)